La rivoluzione degli anni sessanta

 

Negli Usa l'handicap è stato ignorato per generazioni. Poi negli anni Sessanta la grande svolta.
Per solidarieta'? No, per realismo: spianare la strada ai portatori di handicap vuol dire rendere libere, attive, produttive, milioni di persone.


Può essere interessante fare un raffronto molto sintetico tra ciò che è stato fatto negli Stati Uniti e in Italia in materia di barriere architettoniche per constatare che diverso impatto e sviluppo si è avuto nelle due nazioni. Entrambe hanno cominciato ad occuparsi del problema nel 1968, il famoso anno del disabile, emettendo documenti con limitati vincoli di applicazione. Da noi, pur legiferando nel 1971, solamente con le norme applicative uscite nel 1978 si è avviato lentamente il processo di abolizione delle barriere architettoniche. Negli Usa invece si era cominciato subito ad eliminare barriere anche se la legge è uscita molto piu' tardi della nostra. Infatti essa venne firmata dal Presidente degli Stati Uniti, con solenne cerimonia nel giardino della Casa Bianca, il 26 luglio 1990 davanti a tremila persone.
Riteniamo significativo a questo proposito l'articolo che aveva a suo tempo scritto il noto giornalista Fulvio Colombo (ora direttore del quotidiano l'Unita') per evidenziare la diversa velocita' del percorso seguito da entrambe le nazioni pur tenendo conto delle differenti disponibilita' economiche. Noi possiamo solo pensare alla lunga strada ancora da percorrere.

Vivo in un paese, gli Stati Uniti, dove l'handicap è stato tenacemente ignorato per generazioni. La prova? Basta dare un'occhiata alle vecchie strutture degli edifici universitari, delle scuole elementari, delle stazioni ferroviarie: gradini, scalinate, ostacoli di ogni genere, persino ostacoli inventati, come i percorsi della Columbia University, dove si salgono e poi si scendono una trentina di gradini lungo lo stesso percorso, per puro ornamento.

Ma negli anni Sessanta è iniziata la rivolta. Dapprima è apparsa in modo sporadico e isolato, ed è stata accolta dai cittadini "normali" con una esasperazione che non ho dimenticato. L'argomento era, piu' o meno, questo: si può ottenere di tutto, spianare i gradini, aprire passaggi, fare piattaforme per gli autobus. Ma costa. Perché l'immensa maggioranza dei cittadini che non ha bisogno di evitare i gradini dovrebbe assumersi questa spesa? Ma la rivoluzione si è fatta strada, e i portatori di handicap americani hanno vinto al punto da sconvolgere il paesaggio sociale ma anche quello fisico. La chiave di tutto questo potrebbe essere narrata come "la bonta'", "la comprensione", "la solidarieta'", "la fratellanza"!

Mi spiace dire che non è così, che niente di nobile ha presieduto al grande cambiamento, ma la storia è interessante ugualmente, forse ancor piu' interessante. Perché bonta' e solidarieta' vanno e vengono con le persone che ne sono dotate. Ciò che invece ha cambiato l'America e l'ha resa il paese piu' vivibile al mondo per tutti i cittadini è un sentimento meno nobile, ma piu' costante: il senso pratico. La gente - amministratori, politici, organizzatori, persone con responsabilita' pubblica - si è resa conto (benché, sulle prime, forzata dalla pressione e dimostrazione degli interessati) che spianare la strada ai portatori di handicap vuol dire rendere libere, attive, produttive milioni di persone. Vuol dire non solo restituire loro due diritti sacri - eguaglianza e dignita' - ma renderli partecipi della vita quotidiana senza metterli a carico di altri.

Chi mi legge su queste pagine tenga presente che sto compiendo questa riflessione sulla base di ciò che ho visto compiersi nella realta'. Ricordo al proposito un dettaglio che mi ha fatto capire molte cose. Quasi vent'anni fa, alla fine di un periodo di insegnamento in una piccola citta' della California, ho subito la frattura del tendine di una gamba. Non potevo camminare. Bene, in quel tempo, in quella citta', non c'era modo di farmi salire o scendere dall'aereo perché il piccolo scalo non era munito di manica, ma solo di scaletta. E la scaletta era troppo stretta per sollevarvi una sedia o portare un uomo a braccia. La soluzione, fra il fastidio e l'impazienza degli altri passeggeri, è stata trovata utilizzando un carrello elevatore che si trovava sulla pista per caso, per lavori all'edificio, e il cui uso non era affatto previsto per l'aeroplano. Quello che ho capito è che niente era previsto per permettere il passaggio libero e autonomo di una persona portatrice di handicap.

L'invito implicito era di astenersi dal partecipare ad "attivita' impossibili". Il grande cambiamento che ho visto verificarsi con sempre maggiore accelerazione in due decenni, da un lato ha dato una risposta sensata ad un'esigenza di massa. Dall'altro ha liberato la vita sociale di tutti da una serie di strettoie, impedimenti e ostacoli che erano stati costruiti senza ragione, deliberatamente escludendo una parte delle ipotesi di funzionamento della vita in tutte le sue versioni.

Per questo, ancora oggi, percorrendo i marciapiedi di New York, e notando che tutti (tutti) hanno il passaggio per le ruote delle carrozzelle, che tutti gli ingressi delle case hanno il piano inclinato che evita i gradini, che tutti gli edifici pubblici sono stati riorganizzati in modo che i luoghi siano sempre accessibili, che tutti i bagni sono stati cambiati e tutti gli autobus sono muniti di piattaforma in grado di accogliere e ricevere alle fermate un "mare" di nuovi cittadini attivi, mi rendo conto che è accaduto qualcosa di grandioso, forse la piu' grande fra le rivoluzioni dei diritti umani che si siano compiute nella nostra epoca.

Ho detto che ciò che è avvenuto è stato dettato dal senso pratico, dal realismo, non dalla generosita'. Credo di avere ragione, credo che questo spieghi la vastita' dei lavori realizzati, del modo rapido con cui si sono estesi, e del fatto che le leggi sono venute dopo, non prima, a sanzionare il gia' fatto.

Ma l'altro aspetto, di una portata culturale e civile che forse sfugge al primo sguardo, è quello di avere drasticamente allargato il criterio di normalita' e di funzionamento della vita, tanto che un simile fenomeno ha una conseguenza diretta sulla psicologia, sul modo di pensare, di percepire, di vedere i fatti. Il cambiamento del paesaggio fisico ha cambiato il paesaggio interiore, i criteri di valutazione e di giudizio, il senso dell'altro.

Un fenomeno che aveva una grande motivazione morale si è verificato in tutta la sua grandiosita', non per ragioni morali, ma per esigenze pratiche. Ma, al di la' della sua realizzazione, ha reso vistosamente chiaro per tutti il dato di civilta' di ciò che era accaduto. È accaduto che la gente ha ridefinito se stessa. E che la frontiera dell'handicap non è stato che un simbolo - forse fisicamente il piu' grande - della caduta di tante altre frontiere, del reticolato di divisioni e di segregazioni che ancora attraversa ciò che chiamiamo il mondo civile.

Invece di essere una ragione di compiacimento, questa vasta riorganizzazione del paesaggio sociale è apparsa finalmente per quello che è, che avrebbe sempre dovuto essere: un atto dovuto, indispensabile a tutti. È diventato un poderoso messaggio del cambiamento che ancora aspetta di essere realizzato: la fine di ogni discriminazione. L'accesso fisico è diventato metafora della piena e totale accettazione di tutti da parte di tutti non come atto di benevolenza ma come esigenza minima e preliminare di vita civile.

Se questo è vero, non siamo che all'inizio. Abbiamo appena incominciato a intravedere dove porta il percorso, come si cambiano, anche fisicamente, le cose, dove si tocca e si accerta l'assurdita' (prima di tutto simbolica) dell'ostacolo.

La provocazione anche intellettuale e creativa è grandissima. Quello che è accaduto è molto, se uno pensa al recente passato. Ma non è niente, se si pensa a ciò che resta da fare e che sta per venire.

Furio Colombo