Verdun la grande battaglia

 

Il sottotenente Raymond Jubert imparò moltissimo sulle soddisfazioni della guerra il 9 aprile 1916.Aveva ventisette anni, in tempo di pace era un avvocato con aspirazioni letterarie. Esente da obblighi militari, allo scoppio della guerra aveva deciso di arruolarsi. A Verdun vide infuriare la battaglia piu' aspra di tutta la sua breve carriera militare. Con la sua compagnia riconquistò Le Mort-Homme, una cresta persa in una precedente azione nemica. Naturalmente, stampa e politici enfatizzarono questo episodio con quella retorica pseudo patriottica , che tanto infastidiva quanti avevano vissuto ogni attimo di quegli avvenimenti.

Nelle sue memorie, infatti, Jubert descrisse con amara ironia il profondo cambiamento avvenuto in lui e nei suoi uomini, dopo di allora:

“Quale sublime sensazione hai provato quando sei andato all’attacco?”
“Ho solo pensato a togliere i piedi dal fango in cui erano infilati. ”
“Che grido eroico hai lanciato quando hai riconquistato la cresta? ”
“Ho resuscitato Cambronne* perché pensavo di essere spacciato. ”
“Che sensazione di potere hai provato quando hai sconfitto il nemico? ”
“Ero seccato perché il rancio non ci avrebbe raggiunti e sarei rimasto molti giorni senza pinard (vino). ”

“La prima cosa che hai fatto è stato ringraziare Dio? ”
“E’ stato appartarmi per rispondere al richiamo della natura. ”
Nella maggior parte delle memorie scritte dai reduci della battaglia di Verdun emerge la disillusione. Esse raccontano il divario tra la guerra come era stata immaginata e descritta a beneficio del fronte interno, e quella realmente vissuta: da un lato c’era il mito romantico e glorioso, dall’altro la realta', miserabile e squallida.

Ed è proprio questa guerra vista dal di dentro che lo storico inglese Jan Ousby ha voluto cercare di narrare nel recente saggio Verdun. La piu' grande battaglia della prima guerra mondiale, p. 424, Edizioni Rizzoli euro 23,00

Con passione ed una sorta di religioso rispetto per i combattenti, che parlano con le loro lettere, i diari, stringate confidenze, l’autore descrive l’inferno di Verdun, “una guerra totale dentro la Grande Guerra”.

I 21 febbraio 1916, infatti, durante la Prima guerra mondiale, i tedeschi scatenarono la loro offensiva attaccando Verdun, baluardo della difesa francese. Fu uno scontro sanguinoso ed estenuante che si concluse nel dicembre dello stesso anno senza né vincitori né vinti. Si contarono 400.000 fra feriti e dispersi quasi uno ogni minuto.

Come accade ogni volta, vi furono lunghe file di civili con le loro poche cose che evacuavano Verdun e i villaggi limitrofi. Dopo la battaglia tutto era distrutto: le case, la campagna, la natura stessa. Ma ciò che piu' conta:: era distrutto il cuore delle persone.
“Preferirei - scriveva un combattente alla moglie - non dirti nulla della terribile debolezza che la guerra ha creato in me. E’ come se fossi annientato, screditato.”

Tutte le frasi altisonanti del patriottismo e della propaganda vengono fatte a pezzi da queste testimonianze. Rimane un’unica certezza: la guerra è sempre uguale a se stessa. Orribile e distruttiva. Se provassimo ad osservare le foto dei combattenti nel corso delle tante battaglie, vedremmo scenari molto simili e soprattutto gli occhi spaventati , sgomenti di tanti uomini, con nel cuore la voglia di pace, di cose forse banali, quotidiane, ma utili e portatrici di vita.

Verdun ed i suoi combattenti potrebbero insegnarci ancora qualcosa.

Laura Belloni



* La leggenda racconta che il generale Cambronne si rifiutò di arrendersi a Waterloo con una sola parola: Merde.