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Bhopal la strage dimenticata |
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Il maggior incidente industriale della storia raccontato nell’ultimo libro di Domnique Lapierre uscito nelle librerie nei giorni dell’attentato alle Torri Gemelle. Quella
mattina del 3 dicembre 1984, i notiziari radiofonici e televisivi
cominciavano a diffondere una notizia drammatica: nella notte, una nube di
gas tossico era fuoriuscita dalla Union Carbide, una ditta americana
produttrice di pesticidi situata nel centro della citta' indiana di
Bhopal. I morti sembravano essere molti, moltissimi. “Pensa, mi spiegava
con tono grave un giovane amico diventato da poco ufficiale dei vigili del
fuoco, sono saltati tutti i sistemi di sicurezza previsti. E’
incredibile!” Forse perché altri
avvenimenti conquistarono i primi posti della cronaca, o perché la nostra
cattiva coscienza di occidentali liquida frettolosamente ciò che
accade nel cosiddetto Terzo Mondo, ma di Bhopal, delle trentamila
vittime, di oltre mezzo milione di feriti, per la maggior parte con
severi danni permanenti, ben presto non se ne parlò piu'. Dopo diciassette anni di
silenzio, il libro di Dominique Lapierre e Javier Moro, Mezzanotte e
cinque a Bhopal, Edizioni Mondadori, pp. 382 (Lire 36.000), rende
finalmente giustizia a questa citta' da Mille e una notte e ai suoi
eroici abitanti. Anche per Lapierre
Bhopal costituiva solo un ricordo lontano, ma l’incontro con
Satinah “Santhyu” Sarangi, un quarantenne indiano, membro di
un’organizzazione non governativa, apolitica e non confessionale, che
cura la vittime provocate dal maggior incidente industriale della storia,
convinse l’infaticabile giornalista francese ad approfondire la
vicenda insieme allo scrittore spagnolo Moro, autore di un
interessante libro sul dramma tibetano. L’inchiesta durò
tre anni. Decine di interviste ai protagonisti, piccoli o grandi che
fossero, l’acquisizione di una notevole mole di informazioni
raccolte sia negli Stati Uniti che in India e il confronto puntuale
con gli specialisti dei diversi settori tecnologici hanno permesso la
stesura di un libro, che prende per mano il lettore e, pagina dopo pagina,
lo accompagna dentro la vicenda, con l’intento di aiutarlo a comprendere
ciò che è successo, quali errori sono stati commessi e perché. Scopriremo allora che
Bhopal era una delle citta' piu' belle ed affascinanti dell’India, fin
da quando, nel 1722, un generale afgano vi aveva fondato la capitale del
suo regno e l’aveva perciò arricchita di magnifici palazzi, sublimi
moschee splendidi giardini, tanto che veniva chiamata la Bagdad
dell’India. Le sue ultime quattro sovrane illuminate, nonostante fossero
nascoste dal burqa, promossero con i patrimoni personali la
costruzioni di importanti infrastrutture quali ferrovie, industrie
tessili ed acquedotti. Sotto il loro regno, la citta', inoltre, divenne un
faro della fertile cultura islamica di lingua urdu ricca in letteratura,
pittura e musica. Da secoli, venivano organizzate concorsi di poesia
molto seguiti anche dalle fasce piu' povere della popolazione, che nel
tempo aveva affinato il gusto letterario. Certo, a Bhopal
esistevano anche i basti, bidonvilles dove trovavano rifugio folle di
contadini fuggiti dalle campagne devastate a volte dalla siccita' altre da
invasioni di voracissimi insetti. In questi luoghi, dove la bellezza
esteticamente intesa sembrava scacciata dalla miseria, ad
essere splendida era l’umanita' degli abitanti, che con grande semplicita'
mettevano in pratica il piu' famoso proverbio indiano: Tutto ciò che non
è donato è perduto. Proprio per dare una
speranza a questi diseredati, tre giovani entomologi americani pieni di
ideali cominciarono a cercare la molecola di un pesticida che fosse
efficace contro gli insetti, ma fosse piu' rispettoso dell’ambiente
rispetto al ddt. Giunse il fausto giorno in cui la molecola venne
finalmente sintetizzata. Tra l’euforia generale, la Union Carbide decise
di costruire una fabbrica di pesticidi a Bhopal, vicino ai basti.
Inizialmente, consapevoli della pericolosita' della produzione, ogni
dettaglio veniva curato: “First security”, sicurezza innanzitutto, era
il motto della Carbide. Poi, ci si accorse che tutta quella
sicurezza era troppo costosa, i bilanci non la permettevano. Qualche
profeta laico cominciò a far udire la sua voce. Fu deriso, frainteso e
soprattutto non ascoltato. E così, di deroga in deroga, si arrivò a
quella tragica notte. Alcune ore prima, il
pastore Timothy aveva scelto il passo delle Scritture da leggere ai malati
che avrebbe visitato in quella domenica di Avvento. Era un versetto
di S. Paolo, che dopo poche ore si sarebbe rivelato di una tragica
attualita': “O Dio, perdona ai tuoi figli, sono stati ingannati da
coloro che ai loro occhi hanno fatto balenare la ricchezza”. Ora Bhopal non esiste piu',
ma è tramontata anche la gloriosa Union Carbide, travolta dal ripetersi
di incidenti. Sui resti dei serbatoi esplosi penzola ancora il
cartello First security, ma ormai è troppo tardi. Quando ho finito di
leggere questo bellissimo libro. ho provato un sentimento di profonda
tenerezza per l’umanita', come se non fosse l’insieme di miliardi di
persone, ma un unico corpo, un solo uomo in agonia. Mezzanotte e cinque a
Bhopal è uscito nelle librerie italiane negli stessi giorni
dell’attentato di New York, un caso. Ma lo scrittore francese
Anatole France soleva dire: Caso è lo pseudonimo di Dio quando non vuol
firmare. Forse il racconto delle sofferenze dimenticate di questi
meravigliosi bhopalesi non è uscito per caso dall’oblio in questo
momento storico. Forse, riflettere sulle vicende di diciassette anni fa,
potrebbe aiutarci a comprendere la radice dei Mali presenti. Dai secoli
passati, altri indiani, quelli d’America, ci risponderebbero: Quando
l’ultimo albero sara' abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo
pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro. Laura
Belloni |