Semplicemente amiche


Rosaria e Bianca Maria sono due donne che hanno deciso di vivere insieme. Da vent’anni condividono gioie e dolori della vita ed il forte legame d’amicizia intrecciato si è via via consolidato sempre piu' fino a trasformarle in sorelle.
Rosaria è portatrice di handicap, essendo affetta da poliomielite, ed ha trovato in Bianca anche un valido sostegno per risolvere in concreto i piccoli, grandi problemi che la quotidianita' presenta.


Da tempo accarezzavo l’idea di parlare della eloquente e toccante esperienza di queste due brillanti e generose amiche che, per spirito di coraggio e fedelta', con la loro testimonianza di vita, costituiscono un esempio per noi tutti. Non stiamo parlando di assistenza al disabile, né di compromesso d’interessi: stiamo parlando di amicizia vera, che gratuitamente dona ed ottiene in contraccambio un’attenzione affettuosa ed incondizionata. Una amicizia tanto profonda e radicata che ha consentito il sorgere di una nuova famiglia. Talvolta, quando si parla delle famiglie cosiddette “di fatto”, si pensa esclusivamente alle “coppie di fatto”, dimenticandosi che il termine può evocare esperienze di scelta di condivisione della vita anche diverse. Al di fuori delle comunita', religiose o laiche che siano, e della famiglia tradizionale, sembra persistere nella societa' contemporanea un’anacro- nistica diffidenza verso tutto ciò che è altro. E l’atteggiamento del legislatore sembra andare nella medesima direzione. Pensiamo, invece, alla straordinaria importanza che una politica che tuteli ed agevoli scelte analoghe a quelle di Rosaria e Bianca – soprattutto, cioè, quando una persona presenti anche qualche limitazione fisica- potrebbe rivestire oggi, se non altro, per il risparmio che soluzioni di questo tipo, permettono di ottenere alle casse dello Stato.

Rosaria Salmieri è nata a Salerno nell’aprile del ’58, quando da poco era stata introdotta l’obbligatorieta' della vaccinazione anti-poliomielite. All’eta' di sei mesi circa, la mancata somministrazione del vaccino ha consentito alla malattia di aggredirla e di ridurla sulla sedia a rotelle, con il braccio destro quasi fuori uso. Successivamente, al fine di essere assistita e curata meglio, la bambina è stata collocata in uno degli istituti che fanno capo alla associazione fondata da Don Gnocchi, gestito da suore appartenenti all’ordine di S.Francesco di Sales, dove ha trascorso l’infanzia, l’adolescenza e qualche anno della gioventu'.

- Quale è stata la tua personale esperienza presso l’istituto Don Gnocchi?
“Contrariamente a quanto raccontato da alcune persone che hanno vissuto esperienze analoghe alla mia, posso assicurare che in istituto mi sono trovata molto bene. C’erano tanti bambini con i quali non ho faticato a fare amicizia. Ho instaurato un rapporto speciale anche con le suore: con loro ho mantenuto i contatti ed ancora oggi ci scriviamo e ci telefoniamo. Al “Don Gnocchi” ho trascorso una parte fondamentale della mia vita e non soltanto a motivo dei lunghi anni di permanenza (dal 1958 al 1981); lì ho frequentato la scuola materna, le scuole elementari e le medie; per la prima volta, attraverso l’affetto e l’esempio delle suore, ho sperimentato il calore di una famiglia e l’amore di Dio, imparando a relazionarmi con gli altri in un clima di serenita' e di apertura. Nonostante abbia vissuto in localita' ed istituti diversi, dal momento che sono stata trasferita, per motivi organizzativi e di salute, in altre citta' –Milano, Marina di Massa ed infine Salice Terme- possiedo dei bellissimi ricordi, soprattutto delle piacevoli estati trascorse in compagnia al mare ed in montagna. Mi trovavo così a mio agio che mi hanno consentito di rimanere in istituto fino all’eta' di ventiquattro anni, facendo un’eccezione alla regola che fissa nella maggiore eta' il limite massimo per essere legittimati a restarvi. Per manifestare la mia gratitudine, cercavo di rendermi utile: accudivo i bambini piu' piccoli ed aiutavo le suore nelle faccende domestiche…davvero il Don Gnocchi è stata la MIA CASA!”.

- In seguito dove hai vissuto?
“Successivamente, non sapendo dove andare, sono stata trasferita in una piccola comunita' residenziale, dove ho trascorso una decina di anni: è stata un’esperienza decisamente dolorosa e frustrante di cui preferisco non parlare”.

- Non hai tentato di andartene: in fin dei conti eri maggiorenne…
“Si, ma quando non si è autosufficienti e non si ha l’appoggio della famiglia non è così facile… All’inizio degli anni “90, grazie al sostegno di una brava assistente sociale, dopo essere stata inserita nelle graduatorie per l’assegnazione di una casa popolare, sono riuscita ad ottenere un alloggio tutto mio, situato alla periferia di Varese. Apprezzavo l’autonomia conquistata e beneficiavo dell’aiuto e del conforto di molti amici e volontari, tuttavia, mi era difficile proseguire nell’impresa… Si, perché se hai necessita' di assistenza costante è davvero un’impresa vivere completamente soli…”

- E’ allora che è nata l’idea di andare a vivere con Bianca ?
“Bianca ed io ci eravamo conosciute nel 1985, a Lourdes, in uno dei molti pellegrinaggi organizzati dall’Oftal, un’associazione speculare all’Unitalsi con obiettivi analoghi. Da subito è nato un feeling, e così,quando ho avuto bisogno di trovare una sistemazione adeguata, la Provvidenza ci ha unite ancora di piu'. Inoltre, in quel periodo, la mia salute ha cominciato a fare i capricci…”

- Che cosa ti è successo?
“Tanto ero stata seguita bene al Don Gnocchi sotto il profilo della salute -facevo ginnastica, piscina, ero sottoposta a massaggi e cure termali- tanto sono state inesistenti le terapie di cui necessitavo in quella piccola comunita' cui ti accennavo: i risultati, dopo circa dieci anni di assenza di attivita' riabilitative, sono stati catastrofici ed ancora oggi ne porto le conseguenze! Ad un certo punto, vi è stato il crollo della muscolatura residua e mi sono completamente bloccata a causa di ben tre ernie al disco, purtroppo non operabili, a meno di non voler sottoporsi al rischio di una paralisi totale. Sono stata, dunque, ricoverata presso il reparto di medicina dell’ospedale di Circolo di Varese per circa sei mesi. Successivamente, dopo un breve periodo trascorso in compagnia di Bianca, mi sono bloccata nuovamente e la cosa si era fatta alquanto seria. Per fortuna, alcuni amici comuni, conosciuti in pellegrinaggio, ci hanno indicato un centro di riabilitazione fantastico: si chiama “Casa della Speranza” ed è situato a Boves vicino Cuneo. E’ una delle case che fanno capo alla “Comunita' Nostra Signora Capolavoro di Carita'”, un ente morale fondato da un figlio spirituale di Padre Pio. Per me è stata come la manna… sono stata seguita da un’equipe di medici specialisti e sottoposta ad un programma di riabilitazione intensiva mirata: piscina, ginnastica, fisioterapia anche di gruppo, ultrasuoni e quant’altro. Erano tutti molto preoccupati perché c’era il rischio concreto che restassi per sempre bloccata in posizione distesa… Non volendo demordere a nessun costo, gia' mi prefiguravo nella mente un letto a motore per gli spostamenti… Per fortuna, alla fine, però, mi hanno rimesso…seduta!”.

- Hai necessita' di sottoporti ancora a cure particolari?
“Salvo alcuni ricoveri per problemi ricorrenti di calcolosi presso l’ospedale di Circolo di Varese (approfitto qui per sottolineare che l’ultimo ricovero nel reparto di chirurgia è stato abbastanza travagliato; inoltre, con mio enorme sconcerto e disagio ho scoperto che non esisteva né nella stanza assegnatami, né sull’intero piano una toilette accessibile a noi disabili…!) circa ogni sette-otto mesi faccio un viaggetto a Boves per alcune cure specifiche e per dei controlli. Lì i medici, da sempre, mi raccomandano di fare riabilitazione in acqua, ma ciò a Varese è un problema…vi sono parecchie piscine, ma nessuna, comprese le due comunali, è provvista di un sollevatore idrodinamico per l’accesso: essendo molto pesante e non potendo essere sollevata se non con determinati accorgimenti e cautele, pena la paralisi totale, è praticamente impossibile calarmi in acqua! A Ca’Majore, un centro piu' piccolo di Varese, ove mi reco talvolta in vacanza, il sindaco, sollecitato dai disabili del luogo, ha provveduto a far installare un sollevatore nella piscina comunale, con enormi benefici per i portatori di handicap e…per i bagnini! Mi auguro che anche il Comune di Varese vorra' seguire questo esempio di progresso e civilta'…”

- Non hai mai pensato di cercarti un lavoro ?
“Mi piacerebbe molto lavorare, ma a causa dei problemi di salute e soprattutto della enorme difficolta' negli spostamenti, tale eventualita' si trasforma in un autentico miraggio.
Nel condominio dove abitiamo non esiste ascensore e, per salire la rampa di scale che porta al secondo piano, Bianca – che incomincia ad avere molta meno forza nelle mani e nelle braccia - deve agganciare ogni volta il mio jolly alla carrozzina. La forte pendenza della stradina sotto casa, sconnessa ed affollata di veicoli, è un altro grosso problema, senza parlare del fatto che, se piove, la discesa dei gradini esterni rispetto alla casa, bagnati dall’acqua, è praticamente impossibile a causa del pessimo funzionamento del sistema di frenaggio, così, se il tempo è brutto, sono obbligata a chiudermi in casa.
Bianca ed io saremmo felicissime di cambiare abitazione (anche se abbiamo da pochi anni ristrutturato l’interno di quella attuale a nostre spese) …se potessimo trovare un appartamento non eccessivamente caro, in uno stabile magari non lontano dal quartiere di Biumo Inferiore, ove abitiamo ora…chissa'…”

- Come trascorri la giornata?
“Ti assicuro che il tempo per annoiarsi non c’è! Coltivo molti hobby, tra cui la pittura su ceramica e l’acquerello, il lavoro a uncinetto ed il patchwork: partendo da alcune forme di polistirolo, usando stoffe colorate, paillettes e puntine da disegno colorate realizzo Babbi Natale ed altri oggetti decorativi. Mi sarebbe piaciuto frequentare un corso di informatica, organizzato dal Comune di Varese, ma, a causa delle barriere architettoniche, mi era impossibile accedere alla sala ove si svolgevano le lezioni…in ogni caso, ho imparato da autodidatta ed, oggi, con il computer me la cavo abbastanza bene. Con Bianca, poi, che da vari anni è in pensione, non sono mai sola… inoltre, abbiamo tanti amici che ci vengono spesso a trovare… tra telefono e campanello la nostra casa è un autentico porto di mare!”

- Hai qualche sogno nel cassetto?
“A parte una abitazione maggiormente accessibile ed una piscina nelle vicinanze, provvista di sollevatore idrodinamico che finalmente mi consenta di fare riabilitazione in acqua, direi che sono soddisfatta. L’affetto non mi manca e, grazie alle suore del Don Gnocchi, c’è stato, negli ultimi anni, anche un avvicinamento con i miei genitori…se dovessi fare un bilancio della mia vita direi che Papi – così mi rivolgo confidenzialmente al mio Dio - è meraviglioso! Per molti porto una grande croce, ma io la considero un autentico “dono.”
Se dovessi rinascere vorrei che si ripetesse tutto perché tutto ciò che Papi vuole lo voglio anch’io: grazie a Lui non vivo la malattia come un peso, ma come occasione per godere del Suo amorevole abbraccio!
Se qualcuno, poi, tra i lettori del giornale volesse venire a farmi visita sarei molto felice di aggiungere il suo nome tra quelli presenti nella mia gia' affollata rubrichina!”.


Maria Cristina Gallicchio