Tra le righe


di  Ennio  Codini

In un mondo insicuro

 

Dopo gli attentati negli Stati Uniti il mondo rischia di essere vittima dell’odio e della paura. Molti lo accettano come cosa inevitabile. Ma è possibile ragionare in modo diverso.

  

L’hanno detto in tanti: adesso ‘cambiano le priorita'’. E si capisce che significa: adesso al primo posto viene la sicurezza rispetto ad attacchi terroristici.

Non c’è da stupirsi. In Italia basta una serie di rapine che sia un po’ fuori dal solito tran tran criminale per portare mass media, opinione pubblica, politici a mettere al primo posto la ‘questione sicurezza’. Che dopo un attentato come quello che ha subito New York si metta, negli Stati Uniti e anche altrove, al primo posto la lotta al terrorismo è del tutto naturale.

Tuttavia, se non c’è da stupirsi, c’è da preoccuparsi.

Che cosa può significare, infatti, mettere al primo posto la sicurezza rispetto ad attacchi terroristici?

Anzitutto, spostamento di risorse verso il settore ‘sicurezza’. Denaro pubblico e privato, intelligenze, attenzione sembrano destinati a migrare – e per un tempo non breve – verso la lotta al terrorismo. E poiché le risorse non sono infinite, quel che si da in piu' alla ‘forza’ – tecnologia militare e per la sicurezza, esercito, polizia, servizi segreti – lo si deve togliere al resto, all’arte come alla tutela dell’ambiente, alla sanita' come all’assistenza sociale. Così scriveva il ‘Corriere’ a proposito della legge Finanziaria per il 2002 varata dal Governo: “tagli della spesa … alla fine le forbici di Tremonti hanno salvato solo i ministeri coinvolti nell’emergenza terrorismo, come gli Interni, la Difesa… per rafforzare i dispositivi di sicurezza sono stati stanziati circa 1000 miliardi”. Tempi duri per tutti, e per i deboli in modo particolare: i deboli come tali perdono importanza se quel che conta è la forza.

Poi c’è il male che ogni lotta dura come questa s’annuncia può portare con sé. Quante cose sporche rischiamo di dover vedere? Uccisione senza processo di supposti colpevoli, probabilmente. Peggio: uccisione di innocenti; si sa che quando si mettono in campo, come sta avvenendo, gli eserciti moderni i civili pagano quasi sempre un prezzo piu' alto dei combattenti. Ed ancora: riduzione delle liberta' e dei diritti civili, un po’ ovunque (e si parla gia' di possibili censure dell’informazione per non avvantaggiare il “nemico”). Ed ancora: non vediamo gia' in questi giorni l’odio che monta, con i suoi figli: la violenza e la paura? E che cosa avranno nel cuore gli afgani o i pakistani o gli iracheni se vedranno morire e gia' sta succedendo, anche se magari per ‘errore’ i propri parenti o amici o comunque uomini comuni, con la sola colpa di essere ‘musulmani’ e di trovarsi nel  posto sbagliato? E che cosa avranno nel cuore gli statunitensi se alla lotta al terrorismo seguira', com’è possibile, un’ondata di attacchi terroristici con altre vittime tra i civili americani?

E che cosa avremo nel cuore noi tutti anche solo assistendo a queste cose?

 

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Si dira': “E allora? Tutto questo è inevitabile. Dopo le stragi negli Stati Uniti, non è il caso di fare i piagnoni, ma di unirsi nella lotta. Fare i piagnoni è solo un aiuto al nemico, magari in buona fede, ma comunque un aiuto al nemico. Davanti a simili attacchi, o si va alla guerra, con tutti i prezzi relativi, o si è dei vigliacchi”.

Quanti, in questi giorni, hanno parlato piu' o meno così?

Però, chi ragiona così, ha, in buona o in mala fede, torto.

Chi ha almeno quarant’anni ricorda bene che clima si respirava in Italia nei momenti piu' duri dell’offensiva terroristica delle Brigate rosse.

Sembrava che il ‘nemico’ fosse assai forte e pronto a colpire ancora e sempre piu' duramente. Ricordate i commenti tra lo stupito e lo sgomento circa la ‘geometrica potenza di fuoco’ mostrata dalle ‘bierre’ con il rapimento di Moro? E, ancora, ricordate lo sgomento per un sequestro durato a lungo senza che il ‘covo’ venisse scoperto anche se ‘tutta’ la polizia lo cercava? Anche allora, come oggi dopo gli attentati negli Stati Uniti, si attendevano nuovi attacchi sempre piu' duri, si ragionava di temibili ‘grandi vecchi’ a capo del terrorismo, si parlava di una rete terroristica internazionale (le Brigate rosse e poi la Raf tedesca e poi…) con collegamenti con potenze straniere (a seconda degli orientamenti politici si pensava al Kgb oppure alla Cia) e poi con estese complicita' nelle fabbriche, nei quartieri, nei giornali, in settori delle stesse istituzioni (come poteva un ‘pesce’ grosso come quel terrorismo nuotare senza un po’ di ‘acqua’ attorno?).

Ecco, in quel contesto avrebbe potuto sembrare logico iniziare una ‘guerra’ alle Brigate rosse fatta di carri armati a spasso nei quartieri ‘comunisti’, arresti di massa, condanne a morte eseguite senza processo, chiusura dei giornali che avessero mosso qualche obiezione…

Invece, il paese continuò a vivere come prima. Le risorse destinate al suo sviluppo civile rimasero intatte. E la lotta al terrorismo fu condotta secondo le leggi  e i principi. Certo, ci furono alcune circostanze in cui si sfiorarono e anche si superarono i limiti posti dalle leggi e dai principi, ma nel complesso tutto si svolse ‘come se’ si trattasse di normale attivita' di polizia. E in pochi anni la minaccia si dissolse quasi completamente, senza che si dovessero pagare prezzi troppo alti. E la vittoria fu anche merito della ‘misura’ seguita nella lotta. Perché è chiaro, i brigatisti avrebbero trovato ben maggiore sostegno in un paese imbruttito, impoverito, militariz- zato, senza liberta', con tanti innocenti morti o in carcere…

E così deve essere anche oggi.  Anche se si è cominciato a parlare di guerra e anche a “fare” la guerra. E’ ancora possibile e bisogna frenare la grande macchina militare.

Oggi come allora è possibile rispondere al terrorismo con una logica di polizia. Con arresti, con processi, con blocchi e confische di capitali. Magari forzando un po’ certe regole – come fece Israele dopo la guerra ‘rapendo’ i criminali nazisti per poi processarli – ma non oltre. Salvaguardando così i valori della nostra civilta', che trova la sua forza nel mettere al centro il ‘civile’ e non il ‘militare’, la giustizia e non la sicurezza, la liberta' e non la repressione.  E non aggiungendo troppi ulteriori pesi – rimorso, odio – alle coscienze degli americani come degli italiani, degli afgani come degli iracheni, così da lasciare aperte le porte ad un futuro di rispetto tra ‘occidente’ e ‘mondo islamico’, la sola garanzia duratura di un futuro dove il terrorismo di oggi sia se non eliminato comunque contenuto entro stretti limiti d’azione (come oggi i gruppi che in Italia si richiamano alle Brigate rosse).

 

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Si dira': “Ammesso che sia vero, noi lettori che c’entriamo? Forse che qualcuno dei ‘potenti’ ci chiede qualche cosa? Non è che si fanno elezioni o referendum su questi temi! O forse credi che George Bush o Colin Powel o, scendendo la scala del potere, Tony Blair o Chirac o, scendendo ancora, Berlusconi o i generali pakistani leggano il Lisdha News?”.

Certo che non lo leggono. Ed è vero che non si fanno elezioni o referendum sulla pace o sulla guerra.

Ma, soprattutto oggi, sbaglia chi pensa che la gente comune non c’entri per nulla in queste decisioni.

Tralasciando argomenti sottili: ma lo sapete che Berlusconi ha fatto fare sondaggi sullo spostare o meno il vertice Fao? E non è un pallino di Berlusconi, anche Bush o Blair sono lì incollati alle schede dei sondaggisti che gli dicono se negli ultimi giorni la popolarita' loro o di qualche loro decisione è salita di mezzo punto o è scesa di due.

Un tempo molti leaders politici erano dei tipi che, prima, avevano un programma che ritenevano giusto, poi, cercavano di vincere le elezioni ‘convincendo’ della bonta' delle loro idee i centri di potere e l’opinione pubblica e, infine, se avevano vinto, cercavano di attuare il programma superando le eventuali resistenze, salvo lasciare il comando se non ci riuscivano. Cosi la Teacher, così De Gaulle, ma così anche molti nostri vecchi ‘democristiani’ e ‘comunisti’.

Oggi, a parte forse il francese Jospin, di gente così da noi non ce n’è piu'. Oggi prevalgono politici di altro tipo, che fiutano il vento e lo seguono ovunque giri, o quasi. Che cosa fece Clinton di quella riforma sanitaria  quasi rivoluzionaria che era il punto chiave del suo programma elettorale? Una volta capito che ‘lui’ trovava consenso, ma quella riforma non tanto, non ci provò nemmeno ad insistere con la sua riforma, perché c’era il rischio di suscitare ostilita': lasciò subito perdere e ‘galleggiò’ (altro che De Gaulle, che se ne andò per la bocciatura di un aspetto marginale del suo programma piu' o meno dicendo: “Se i francesi desiderano quello che io desidero, bene, altrimenti si cerchino qualche d’un altro”).

Nel complesso forse non è un bene che sia così. Ma questo ora non conta.

Ora conta che, quindi, anche se non sembra, anche se è contrario ad opinioni radicate, siamo proprio noi, con quello che pensiamo e con quello che diciamo agli altri sul tram, al telefono, a tavola, al bar, a decidere e a far decidere a chi ci sta intorno, ciascuno per una sua piccola quota, il da farsi. È nostra responsabilita', dunque, non farci soggiogare della televisione, che enfatizza e deforma, non farci prendere da umori di cui poi ci pentiremmo – che si tratti del “bisogna ammazzarli tutti” come del “gli americani se la sono meritata” –, non farci dominare dalla paura. È nostra responsabilita' non essere succubi e insieme creatori dello spettro di un mondo insicuro dominato dalle leggi della giungla.

Il mondo oggi, come prima dell’attentato alle torri gemelle, come sempre, è un luogo dove il male, in infinite forme e manifestazioni, si aggira, ma la risposta giusta non è, oggi come ieri,  l’ossessione – che figlia sempre disgrazie, si tratti della fuga, della resa, o del furore – perché il male non è grande oltre una certa misura e noi potremo sempre combatterlo ragionevolmente ed efficacemente senza troppi compromessi.