Lo scorso 3 ottobre, in occasione della Giornata della persona
disabile, proclamata venticinque anni fa dalle Nazioni Unite, Papa Giovanni Paolo II ha
voluto celebrare Il Giubileo della Comunita' con i disabili. Ho seguito questo
avvenimento, quasi per caso. E' un periodo che ho un conto aperto con il tempo, perché
quelle rare volte che devo uscire, piove a dirotto! Anche quella domenica, un diluvio mi
ha impedito di partecipare alla Messa. Con un po' di stizza ho acceso la televisione, ed
eccomi proiettata a Roma, nella Basilica di S. Paolo fuori le mura, nel bel mezzo di
questa celebrazione.
Vorrei ora provare a condividere con voi alcune riflessioni che hanno
avuto origine durante la cerimonia.
Innanzitutto, trovo che il titolo dato alla giornata, Il Giubileo
"della Comunita' con i disabili", contenga gia' un'importante sottolineatura:
non esiste il disabile da un lato, e la comunita' dall'altro. L'uno e l'altra devono stare
insieme. Sembrerebbe banale, ma non è così. In passato, infatti, qualche episodio di
discriminazione nei nostri confronti da parte di praticanti o di qualche uomo di Chiesa è
avvenuto (come nellepisodio raccontato a pag. 29), anche se altrettanti se non piu'
numerosi sono stati quelli positivi... Tuttavia, in chi li ha subiti sono rimaste profonde
ferite, che si sono trascinate nel tempo. Mi sembra, dunque, che sin dal titolo il Papa
abbia voluto dare un'indicazione ben precisa: chi esclude un disabile, si autoesclude
dalla comunita', sia civile che religiosa.
Inoltre, nella sua Omelia (che riportiamo a pag. 8) Giovanni Paolo II
metteva allo scoperto la radice di emarginazioni e rifiuti che frequentemente ci umiliano:
" Nel vostro corpo e nella vostra vita - sostiene il Santo Padre -
voi siete portatori di un'acuta speranza di liberazione. In effetti, ogni persona segnata
da una difficolta' fisica o psichica vive una sorta di avvento esistenziale, l'attesa di
una liberazione
La disabilita' è domanda di aiuto, ma è prima ancora provocazione
nei confronti degli egoismi individuali e collettivi; è invito a forme sempre nuove di
fraternita'. Con la vostra realta', voi mettete in crisi le concezioni della vita legate
soltanto all'appagamento, all'apparire, alla fretta, all'efficienza".
Si tratta di concetti che abbiamo affermato in diverse occasioni, sia
pubbliche che private, ma consola sentirli espressi da un Papa, considerato da molti la
piu' alta autorita' morale e spirituale del mondo. E' vero, infatti, che il nostro essere
a disagio in questa societa' non è causato soltanto dalle fatiche quotidiane per
risolvere i problemi di sopravvivenza, ma anche da un disperato desiderio di cose nuove.
Istintivamente percepiamo che se non avviene un cambiamento radicale nel modo di pensare
il mondo e soprattutto le relazioni umane, ogni battaglia politica o provvedimento
legislativo, anche il piu' avanzato, sarebbe destinato a raggiungere risultati deludenti,
e non solo per noi, ma per tutta la comunita'!
Il monello che ho dentro mi ricorda questa filastrocca composta, anni
fa, da un anonimo non vedente:
Tutti gli zoppi, i sordi, i ciechi, i matti
Furono messi dentro un calderone
E al suono di una stupida canzone
Vennero prima lessati e poi rifatti
Maghi, stregoni, e apprendisti tali
Intrecciarono danze fremebonde
Di convegni e tavole rotonde, alla radio,
sul video e sui giornali.
Le note della stupida canzone
Martellavano l'aria come ossesso:
"per gli handicappati per il progresso"
e giu'! tutti a tuffar nel calderone.
Così, alla fine della pantomima,
qualcuno fu eletto deputato,
qualcun altro, invece, fu trombato
e i ciechi furono ciechi come prima.
Ecco da dove deriva "l'acuta speranza di liberazione" di cui
noi disabili siamo portatori. Abbiamo visto troppe pantomime ed ascoltate troppe canzoni.
Esprimiamo, dunque, con piu' coraggio ciò che desideriamo ed il mondo che immaginiamo...
Forse goccia dopo goccia qualcosa cambiera'. Buon Anno a tutti.
Laura Belloni