"Alzatevi e levate il capo , perché la vostra liberazione
è vicina" (Lc 21,28). San Luca, nel testo evangelico offerto alla nostra meditazione
nella prima domenica d'Avvento, mette in luce la paura che atterrisce gli uomini di fronte
agli sconvol- gimenti finali. Per contrasto, però, l'evangelista presenta con risalto ben
maggiore la prospettiva gioiosa dell'attesa cristiana: "Allora - dice - vedranno il
Figlio dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande" (Lc 21,27). Ecco
l'annuncio che da' speranza al cuore del credente: il Signore verra' "con potenza e
gloria grande". Per questo i discepoli sono invitati a non avere paura, ma ad alzarsi
ed a levare il capo, "perché la vostra liberazione è vicina" (Lc 21,28). Ogni
anno la Liturgia ci fa riascoltare, all'inizio dell'Avvento, questa "buona
notizia", che risuona con straordinaria eloquenza nella Chiesa. E' la notizia della
nostra salvezza; è l'annuncio che il Signore è vicino. Anzi, che Egli è gia' con noi.
Carissimi Fratelli e Sorelle! Sento vibrare nello spirito quest'invito
alla serenita' e alla speranza soprattutto quest'oggi, celebrando insieme con voi il
Giubileo delle persone disabili. Lo celebriamo nel giorno a voi dedicato dalle Nazioni
Unite, che proprio 25 anni fa pubblicarono la "Dichiarazione sui diritti della
persona disabile".
Vi saluto con affetto, cari amici, che portate una o piu' forme di
disabilita', e che avete voluto venire a Roma per questo incontro di fede e di
fraternita'. Estendo il mio cordiale pensiero a tutti i disabili, ai loro familiari e ai
volontari che, in questo stesso giorno, celebrano con i loro Pastori, nelle varie Chiese
locali, il loro Giubileo.
Nel vostro corpo e nella vostra vita, carissimi Fratelli e Sorelle, voi
siete portatori di un'acuta speranza di liberazione. Non vi è in ciò un'implicita attesa
della "liberazione" che Cristo ci ha acquistato con la sua morte e risurrezione?
In effetti, ogni persona segnata da una difficolta' fisica o psichica vive una sorta di
"avvento" esistenziale, l'attesa di una "liberazione" che si
manifestera' pienamente, per essa come per tutti, soltanto alla fine dei tempi. Senza la
fede, questa attesa può assumere i toni della delusione e dello sconforto; sorretta dalla
parola di Cristo, essa si trasforma in speranza vivente ed operosa.
"Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di
sfuggire a tutto ciò che deve accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo"
(Lc 21,36). L'odierna Liturgia ci parla della "seconda venuta" del Signore;
parla cioè del ritorno glorioso di Cristo che coincidera' con quella che, in termini
semplici, si chiama "la fine del mondo". Si tratta di un evento misterioso che,
nel linguaggio apocalittico, presenta per lo piu' l'aspetto di un immenso cataclisma. Come
la fine del singolo, cioè la morte, la fine dell'universo suscita l'angoscia dell'ignoto,
il timore della sofferenza, insieme con interrogativi pieni di trepidazione
sull'"aldila'".
Il tempo d'Avvento ci sprona a prepararci per accogliere il Signore che
verra'. Ma come prepararci? La significativa celebrazione che stiamo compiendo pone in
luce che un modo concreto per disporci a quell'incontro è la prossimita' e la
condivisione con chi, per qualunque motivo, si trova in difficolta'.
Riconoscendo Cristo nel fratello, ci si dispone ad essere da Lui
riconosciuti al suo ritorno definitivo. E' così che la Comunita' cristiana si prepara
alla seconda venuta del Signore: mettendo al centro le persone che Gesu' stesso ha
privilegiato, quelle persone che spesso la societa' emargina e non considera.
E' quanto abbiamo fatto oggi, raccogliendoci in questa Basilica per
vivere la grazia e la gioia del Giubileo insieme con voi, che vi trovate in condizione di
disabilita', e con le vostre famiglie. Con questo gesto intendiamo fare nostre le vostre
ansie e le vostre attese, i vostri doni ed i vostri problemi. In nome di Cristo, la Chiesa
si impegna a farsi per voi sempre piu' "casa accogliente".
Sappiamo che il disabile - persona unica e irripetibile nella sua
eguale e inviolabile dignita' - richiede non solo cura, ma anzitutto amore che si faccia
riconoscimento, rispetto e integrazione: dalla nascita all'adolescenza, fino all'eta'
adulta e al momento delicato, vissuto con trepidazione da tanti genitori, del distacco dai
propri figli, il momento del "dopo di noi". Carissimi, vogliamo sentirci
partecipi delle vostre fatiche e degli inevitabili momenti di sconforto, per illuminarli
con la luce della fede e con la speranza della solidarieta' e dell'amore.
Con la vostra presenza, carissimi Fratelli e Sorelle, voi riaffermate
che la disabilita' non è soltanto bisogno, è anche e soprattutto stimolo e
sollecitazione. Certo, essa è domanda di aiuto, ma è prima ancora provocazione nei
confronti degli egoismi individuali e collettivi; è invito a forme sempre nuove di
fraternita'. Con la vostra realta', voi mettete in crisi le concezioni della vita legate
soltanto all'appagamento, all'apparire, alla fretta, all'efficienza.
Anche la Comunita' ecclesiale si pone in ascolto rispettoso; essa sente
il bisogno di lasciarsi interrogare dalla fatica di tante vostre esistenze segnate
misteriosamente dalla sofferenza e dal disagio di eventi lesivi, congeniti o acquisiti.
Vuole farsi piu' vicina a voi e alle vostre famiglie, consapevole che la disattenzione
acuisce sofferenza e solitudine, mentre la fede testimoniata nell'amore e nella gratuita'
dona forza e senso alla vita.
A quanti hanno responsabilita' politiche a tutti i livelli, vorrei
chiedere, in questa solenne circostanza, di operare affinché siano assicurate condizioni
di vita e opportunita' tali per cui la vostra dignita', cari Fratelli e Sorelle disabili,
sia effettivamente riconosciuta e tutelata.
In una societa' ricca di conoscenze scientifiche e tecniche, è
possibile e doveroso fare di piu', nei vari modi che la convivenza civile richiede: dalla
ricerca biomedica per prevenire la disabilita', alla cura, all'assistenza, alla
riabilitazione, alla nuova integrazione sociale.
Se i vostri diritti civili, sociali e spirituali vanno tutelati, è
però ancor piu' importante salvaguardare le relazioni umane: relazioni di aiuto, di
amicizia e di condivisione. Ecco perché vanno promosse forme di cura e di riabilitazione
che tengano conto della visione integrale della persona umana.
"Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell'amore vicendevole
e verso tutti" (1 Ts 3,12). San Paolo ci indica quest'oggi la via della carita' come
strada maestra per andare incontro al Signore che verra'. Egli sottolinea che solo amando
in modo sincero e disinteressato potremo trovarci pronti "al momento della venuta del
Signore nostro Gesu' con tutti i suoi santi" (1 Ts 3,13). Ancora una volta l'amore è
il criterio decisivo, oggi e sempre. Sulla croce, offrendo se stesso in riscatto per noi,
Gesu' ha realizzato il giudizio della salvezza, rivelando il disegno di misericordia del
Padre. Questo giudizio Egli l'anticipa nel presente: identificandosi con "il piu'
piccolo dei fratelli", Gesu' ci chiede di accoglierlo e di servirlo con amore.
Nell'ultimo giorno ci dira': Ho avuto fame, mi hai dato da mangiare... (cfr Mt 25,35), e
ci domandera' se avremo annunciato, vissuto e testimoniato il Vangelo della carita' e
della vita.
Quanto eloquenti sono oggi per noi queste tue parole, Signore della
vita e della speranza! In Te ogni limite umano è riscattato e redento. Grazie a Te, la
disabilita' non è l'ultima parola dell'esistenza. E' l'amore la parola ultima, è il tuo
amore che da' senso alla vita. Aiutaci a orientare il cuore verso di Te; aiutaci a
riconoscere il tuo volto che rifulge in ogni umana creatura per quanto provata dalla
fatica, dalla difficolta' e dalla sofferenza.Facci comprendere che "la gloria di Dio
è l'uomo vivente" (Ireneo di Lione), e fa che un giorno possiamo gustare, nella
visione divina, insieme a Maria Madre dell'umanita', la pienezza della vita da Te redenta.
Amen!