Tra le righe

di Ennio Codini

Handicap a Olimpia
 

Le Olimpiadi di Sydney hanno segnato il successo di tanti atleti fisicamente disabili o comunque affetti da malattie gravi. Luci e ombre di questi vittorie su limiti che sembravano insuperabili.

Successi sportivi senza precedenti rafforzano l'immagine del disabile come risorsa piuttosto che come peso sociale. Non bisogna però dimenticare che i problemi quotidiani restano intatti.

Le olimpiadi di Sydney resteranno nella storia per diversi motivi. Per esempio perché per la prima volta dopo tanti anni nessun primato mondiale nell'atletica è stato migliorato, guarda a caso in concomitanza con un salto di qualita' dei controlli antidoping. Oppure perché sono venute meno alcune storiche incompatibilita' tra certi popoli e certe discipline sportive, incompatibilita' che forse frettolosamente erano state addirittura correlate a decisive diversita' genetiche tra i gruppi umani: abbiamo visto per la prima volta nella storia olimpica gli italiani trionfare nel nuoto e abbiamo visto un greco vincere i duecento metri dopo che gli "esperti" ci avevano ormai convinti che la velocita' maschile era cosa geneticamente riservata agli atleti di colore.

Ma forse il vero tratto peculiare, importante per la storia dello sport e non solo, delle olimpiadi di Sydney è stato il successo senza precedenti di diversi atleti fisicamente handicappati o comunque affetti da malattie gravi: dal sudafricano Perkin, sordomuto, medaglia d'argento nel nuoto, all'americana Runyan, cieca, finalista ne 1500i metri piani, ai due diabetici insulinodipendenti che hanno vinto l'uno nel nuoto i cinquanta metri stile libero e l'altro una medaglia d'oro nel canottaggio.

Una presenza di "malati" ai vertici dello sport olimpico così numerosa, distribuita in diversi sport e perciò di valore culturale radicalmente diverso dai casi eccezionali che pur vi erano stati in passato rompe decisamente con un'idea che veniva addirittura dal mondo olimpico greco ed era passata in fondo tale e quale nello sport moderno e cioè che l'atleta di successo dovesse essere una persona "perfetta" (addirittura dotata di bellezza classica secondo gli antichi greci che non avrebbero nemmeno ammesso a Olimpia un atleta cieco).

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Come ha osservato Valerio Zucconi in un bell'articolo apparso su Repubblica del 27 settembre e dedicato in particolare all'americana Runyan, i non occasionali successi dei "malati" sembrano segnare il superamento in uno degli ambienti piu' competitivi che si possano immaginare dell'idea che l'handicap fisico e in generale la malattia cronica siano una decisiva diminuzione della persona: "le limitazioni che ieri sarebbero state paralizzanti o vergognose, divengono semplici ostacoli in piu' da saltare".

Non solo: il sudafricano che riesce a partire pur senza sentire il suono dello starter e l'americana che riesce a correre nella mischia dei millecinque solo sentendo il rumore dei tanti passi di corsa e voci guida che emergono nel fragore dello stadio appaiono sostanzialmente dei superatleti come gli altri ai vertici dello sport mondiale che semplicemente utilizzano tecniche in parte diverse avendo limitazioni fisiche in parte diverse. Credo sia importante riflettere sul fatto che considerato il livello delle gare e il numero dei "malati" ad alto livello non è possibile ragionare in termini di atleti piu' super degli altri, cioè secondo il vecchio schema per cui se il disabile ad esempio si laurea è perché è piu' intelligente degli altri e così compensa ecc. , schema che porta a ridurre enormemente le aspettative dei disabili (o sei super o altrimenti non avrai neanche un impiego...). Non è detto, in altre parole, ed anzi è improbabile che per esempio il sudafricano che ha vinto l'argento o l'americana finalista se avessero avuto un sistema sensoriale normale avrebbero stravinto, questo è contro il ragionevole perché se fosse così i "malati" di vertice avrebbero dovuto essere molti di meno! E' piuttosto ragionevole pensare che i due e gli altri "malati" olimpici abbiano raggiunto il top superando ostacoli piu' o meno analoghi per difficolta' anche se diversi per natura rispetto a quelli superati dagli altri atleti di vertice.

Questo ridimensionamento dell'handicap fisico è un risultato di grande rilievo anche perché conseguito in uno spettacolo di straordinario impatto sui modi di pensare a livello planetario quale sono le olimpiadi. La vittoria di Owens alle Olimpiadi di Berlino fu molto piu' di tanti discorsi importante per togliere un po' dell'importanza che ossessiva- mente si attribuisce al colore della pelle e potrebbe essere lo stesso per i successi olimpici riguardo all'ossessione che vede nel disabile uno svantaggiato destinato all'esclusione salvo miracolosi doni della sorte.

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Ma la tendenziale uguaglianza tra disabili fisici e abili quando si discute di eccellenza manifestatasi finalmente anche nella cornice olimpica non cancella nemmeno simbolicamente o in prospettiva la diseguaglianza tra disabili e abili quando si tratta del quotidiano.

E' un paradosso questo che ben emerge nelle parole della Runyan con cui si apre l'articolo di Zucconi: "Correre a un' Olimpiade è niente, è distinguere tra le pietanze e i contorni del self service del villaggio olimpico il mio dramma".

Ecco, una cieca può competere alla pari con i vedenti su una pista di atletica al punto di diventare una delle migliori al mondo ma messa davanti ad una linea di distribuzione di un self service la stessa cieca, come un tetraplegico, come un sordomuto, come un distrofico, non può nemmeno sfiorare le chances del piu' impacciato dei normodotati; così come un distrofico o un paraplegico sono alla pari con gli altri davanti allo schermo di un computer ma non lo sono piu' se si tratta di infilare una presa in un interruttore.

Con una battuta potremmo dire così: i successi olimpici rendono piu' evidente il fatto che i disabili fisici non sono in quanto tali meno idonei quando si tratta di cose comunemente considerate "difficili" - vincere le olimpiadi o un torneo di scacchi, governare un paese o rilanciare una piccola azienda sull'orlo del fallimento - ma ciò non toglie che i disabili fisici siano in quanto tali sempre, comunque drammaticamente meno idonei quando si tratta semplicemente di fare cose "facili", "meramente umane" come alzarsi dal letto la mattina, fare colazione, vestirsi, raggiungere un certo posto... Perché il quotidiano è maledettamente complicato sul piano sensoriale, basta il minimo deficit e sei in crisi, anche solo non vedere il volto dell'interlocutore che invece ti vede è un "problema", un limite vero. E guai se i successi sportivi dovessero occultare con il manto di un'uguaglianza parziale l'ampio, l' assai piu' ampio spazio della disparita' che resta. E' un pericolo reale: viviamo, infatti, in un' epoca dove c'è la tendenza a "risolvere" problemi con operazioni simboliche. Esempio: i neri sono emarginati? Mandiamo un nero ad accendere la fiaccola olimpica così rappresenteremo la fine dell' emarginazione).

La diversita' di situazione del disabile fisico a seconda che si tratti di correre a gran velocita', risolvere equazioni ecc. oppure vivere la vita di tutti i giorni può portare a due considerazioni, una ottimistica e una problematica.

La considerazione ottimistica è questa: tanto piu' si afferma l'evidenza che i disabili fisici sono come le altre persone nel "difficile" tanto piu' essi dovrebbero essere percepiti anzitutto come una risorsa della societa' piuttosto che come un peso con tra l'altro come conseguenza un maggiore impegno della societa' a rimuovere per quanto possibile quegli ostacoli a livello di vita quotidiana - barriere architettoniche, inidoneita' di certi apparecchi ecc. - che si oppongono ad una piena valorizzazione della risorsa-disabili.

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La considerazione pro- blematica è invece questa: se teniamo presente che il disabile super nello sport nel quotidiano resta comunque davvero un "meno abile" e insieme teniamo presente quale immane impiego di risorse richiede alla persona lo sport ad alto livello, la condizione del disabile che fa sport ad alto livello appare pericolosa.

Perché il disabile dovrebbe investire piu' dei normodotati nel quotidiano - nelle capacita' relazionali ad esempio - per sfuggire realmente all'emarginazione e invece per essere un super sportivo deve trascurare il quotidiano per investire tutto nello sport: rischia così di finire nella stessa trappola che insidia il giovane che per uscire da una condizione di poverta' della sua famiglia sceglie di puntare sullo sport: vincere, se va bene, diventare un segno di speranza per gli altri "emarginati", ma poi trovarsi, (oltretutto "corrotto" dal successo!), finita la stagione breve della gloria sportiva, drammaticamente davanti ai propri limiti trascurati e rispetto ai quali l'allenamento sportivo spinto può non essere stato granché utile e comunque non è certo stato una risposta organica. Quanti "poveri" eroi dello sport finita la breve stagione della gloria si sono trovati soli, emarginati, inutili, disperati? Gia' il normodotato ben inserito socialmente rischia di trovarsi "povero" dopo la folle immersione nell'esperienza spesso totalitaria dello sport di vertice, ben maggiore il rischio per il disabile.

Ancora un paradosso, dunque: i successi dei disabili nello sport di vertice sono un "bene" per il mondo dell'handicap ma verrebbe voglia di dissuadere quei disabili che intendessero buttarsi nell'avventura del grande sport agonistico.

Confermata una considerazione gia' fatta: a ben vedere i successi olimpici, se da un lato confermano le possibilita' dei disabili, dall'altro non smentiscono per nulla la difficolta' propria della condizione del disabile.