Le cose ladre di tempo
 

In una tribu' indiana nord americana la famiglia media possiede 236 oggetti, mentre la famiglia media tedesca ne possiede piu' di diecimila.

Ad ogni cambio di stagione, arrivano puntuali le sfilate di moda. In questi giorni, scorrono sotto i nostri occhi i modelli per la primavera-estate 2001 e, subito, mi trasformo in un'extraterrestre. Sara' che noi disabili siamo abituati alla sobrieta', perché la nostra vita un po' complicata ci costringe ad eliminare tutto ciò che non è strettamente necessario, ma quella girandola di capi d'abbigliamento e accessori, tanto inutili quanto costosi, suscita in me un senso di rivolta, c'è qualcosa d'ipocrita in queste manifestazioni.

Cerco di capire l'origine di questo disgusto e comincio ad analizzare i miei pensieri. Forse sono una medievale? Non capisco il genio espressivo? Le difficolta' della vita mi hanno indurita? Mentre sono immersa in simili riflessioni, rincasa mio padre e mi passa un foglietto, ricevuto da un amico. Leggo e mi rassereno: nel mondo c'è qualcuno che la pensa come me. Non riesco a capire chi scriva quelle righe, si tratta probabilmente dello stralcio di una relazione, ma l'analisi punta dritta al cuore del problema. Lo sconosciuto autore sostiene, infatti, che nella societa' consumistica, fondata sull'accumulazione dei beni come fonte di benessere, superata una certa soglia, i beni, i servizi, gli appuntamenti, gli eventi, diventano ladri di tempo.

In una tribu' indiana nord americana, la famiglia media possiede 236 oggetti, mentre la famiglia media tedesca ne possiede piu' di diecimila. E questi oggetti devono essere scelti, acquistati, usati, puliti: tutti gli oggetti, tutti gli appuntamenti e tutti i servizi costano tempo, ma il giorno ha sempre 24 ore. Le societa' ricche cercano di inserire sempre piu' 'cose' in questo spazio ristretto. Non meravigliamoci, perciò, se, nervosismo, affanno, stress e fretta soffocano il nostro quotidiano. Ecco smascherata l'ipocrisia di quelle sfilate: gli standard di vita proposti sono accessibili solo a pochissimi, ma sono soprattutto subdoli portatori di malessere.

Questa favoletta d'ispirazione araba, che si racconta a Zanzibar, piccolo arcipelago lungo le coste della Tanzania, mi aiuta a completare il quadro delle mie riflessioni:

"Una donna si recò alla fontana, piccolo specchio tremolante, limpidissimo, tra gli alberi del bosco. Mentre si apprestava ad immergere l'anfora per attingere l'acqua, la donna vi scorse un grosso frutto roseo, così bello che pareva dire: "prendimi!"

Allungò il braccio per afferrarlo, ma quello sparì, come nuotando, e riapparve soltanto quando la donna ritirò la mano dall'acqua. Così per due o tre volte.

Allora la donna pensò di prosciugare la fontana e si mise al lavoro per estrarre l'acqua. Lavorò a lungo, sempre tenendo d'occhio il frutto misterioso. Ma quando ebbe estratto tutta l'acqua s'accorse che il frutto non c'era piu'.

Delusa per quell'incantesimo, stava per tornarsene a casa, quando udì una voce tra gli alberi. Un uccelletto posato sui rami piu' bassi parlava:

- Perché cerchi laggiu' nel pantano? Guarda in alto. Il frutto è lassu'.

La donna alzò gli occhi e, appeso ad un ramo sopra la fontana, scorse il bellissimo frutto, di cui nell'acqua aveva visto solo il riflesso."

Vestiti tempestati di brillanti per decine di milioni, accessori firmati per i nostri amici a quattro zampe, telefonini, videocamere, ma in fondo è tutto palude. Ha ragione l'uccellino della favola: il frutto è altrove. Sta a noi cercarlo nella direzione giusta.