All'inizio, quando cominciai ad andare in montagna
nessuno avrebbe scommesso un soldo su di me. In fin dei conti cos'ero? Un cavallo al palo,
un relitto alla fonda. O almeno questo è ciò che generalmente si ritiene dopo una
menomazione tipo la mia e anch'io, del resto, "prima" la pensavo un po' così.
E' una concezione atavica, profondamente radicata dentro di noi, che è estremamente
difficile da rimuovere e presto o tardi torna fuori con prepotenza, soprattutto negli
altri che ti guardano, ti compatiscono, ti evitano, perché nell'intimo temono che possa
capitare anche a loro e tu sei lì a ricordargli questa grande paura. Momenti duri questi,
e troppi non riescono a superare il trauma di ritrovarsi improvvisamente diversi,
inferiori. Ma inferiori a chi? Ecco la domanda da porsi. Così, superato il primo impatto,
vai alla ricerca di una normalità mai ritrovata e provi con lo sport. Ricordi come
correvi? I cento in undici netti. Niente male. E adesso?
Oppure le pazze discese in montagna, corse senza
fine inseguendo l'emozione. Ricordi, rimpianti che ti rodono dentro, ti consumano. Alzi
gli occhi guardando fuori e vedi i vecchi amici giocare a pallone nel solito campetto, dei
brocchi rispetto a te prima ed ora, invece, trasformatisi in campioni al tuo confronto.
Ormai sei di serie B, C...Z e, stando alla generale considerazione, per quanto tu ti possa
impegnare, più di tanto non puoi fare, perché lo sport "vero" è quello dei
normali. A me, invece, quel "più di tanto" non stava bene per niente, meno che
meno il contentino che mi si voleva propinare e per lunghi anni, attraverso mille
difficoltà, ho cercato di vivere normalmente, come tutti, dedicandomi però a quello che
era il mio grande sogno di sempre: la montagna.
A quei tempi, fine anni 70, ci voleva fantasia,
oltre che audacia anche solo per pensare all'alpinismo, uno sport duro e pericoloso e la
cosa più difficile fu di superare i miei limiti mentali. Non fu facile, anche perché
nessuno mi aiutò: accompagnandomi alla scoperta dell'impossibile. Una via tracciata è
più facile seguire, che non doversela cercare e impiegai anni per trovarla. In effetti
quando nel 92 salii sul Blinnenhorn, dovetti compiere quasi un atto di violenza sui me
stesso per superare le remore e decidermi a provare. L'ascensione mi era stata dipinta
come pericolosa, difficile e in più d'uno mi raccontò di episodi drammatici che a rigor
di logica avrebbero dovuto farmi desistere. Invece fu facile. Faticoso, sì, ma facile. Ed
avevo atteso quindici anni nel dubbio prima di scoprirlo!
Dopo quell'esperienza cominciai a contare sempre di
più sulle mie risorse e sperimentare che il desiderio del continuo superamento, di
scoprire cosa si nasconde oltre al muro, può portare ad ottenere risultati inimmaginabili
ed è a ciò che dovremmo tendere con tutte le nostre forze.
Così mi sono trovato a tentare l'impresa di
superare i cinquecento metri di compatto granito che costituiscono il Gran Capucin. Linee
filanti, estetiche, che sorgono come dal nulla colpendo la fantasia. Linee tutt'altro che
facili che a lungo hanno tenuto l'uomo lontano. E tutt'attorno altri monoliti di grandezza
inferiore, separati da rapidi lampi di cielo che meglio definiscono i ripidi canali nevosi
scendenti dalle strette gole, dove le vertiginose creste paiono per un momento placarsi
trovando un po' di riposo, per poi subito tornare ad impennarsi in un continuum che non
dà pace al tormentato paesaggio. E al cospetto di siffatta selvaggia bellezza l'emozione
si fa intensa, profonda, imprigionando l'animo fin nell'intimo e a nulla vale riandare
alle passate esperienze. E' come se ogni volta fosse la prima volta, in una sorta di
eterna riscoperta di un qualcosa già noto che malgrado ciò mantiene il sapore fresco e
soprattutto intatto, della novità.
Ed è con questo spirito che ho affrontato il Gran
Capucin, la mia scalata più impegnativa. Il fatto che mi manchi una gamba non contava
assolutamente più nulla e anche se affondavo nella neve e anche se lo zaino era troppo
pesante e lo sforzo per risalire il ripidissimo pendio che porta all'attacco immane, non
aveva importanza. Tutto fa parte del gioco. Se si vuole ottenere molto bisogna essere
disposti a pagare molto, soltanto così è possibile entrare dentro le cose, oltre
l'apparenza, fino a viverle, a sentirle come proprie in un' osmosi che non ha confini,
persi in una dimensione atemporale dove l'essere si annulla pur mantenendo un fortissimo
senso della propria identità, permettendo in tal modo all'uomo di restare comunque se
stesso. E' l'infinito che irrompe, pretende il suo spazio e da piccola parte di un mondo a
noi esterno d'un canto ci trova partecipi di un tutto, tanto da poter avvolgere in un
unico abbraccio l'universo intero.
Ma dopo la fatica, le difficoltà, una volta
arrivato tutto ciò mi è mancato: non avevo tempo per le emozioni, quelle le ho lasciate
per altri momenti e coi muscoli doloranti, le mani gelate, ho cominciato la discesa. Una
doppia dietro l'altra senza fine, fino a ritrovare gli zaini. Un sorso d'acqua ghiacciata,
una tavoletta di cioccolata, un rapido cambio di vestiario e si riparte, giù per il
canale che sfocia nel Glacier du Mont Blanche, finalmente, un po' di riposo. Vuoto, totale
assenza di emozioni. Guardo all'insù e la roccia rossa del Gran Cap non mi offre
risposte. Quelle devo trovarle dentro di me. E cosa conta alla fin fine, che tutto ciò lo
abbia fatto con una sola gamba?
L'unica risposta è lì davanti a me, disegnata
nella interminabile traccia che riconduce al rifugio Torino dal quale siamo partiti alle
tre di questo giorno oltremodo eccezionale. Sì, la risposta la ritrovo nelle lacrime che
lentamente mi solcano il viso una volta che davvero è finita: nel dolce tepore del
rifugio, finalmente posso dare sfogo a ciò che per tanto tempo ho trattenuto dentro di
me; niente risa, niente urla, soltanto una grande gioia interiore.
Oliviero Bellinzani