Mancano i donatori

 

In Italia i donatori di sangue sono il due per cento della popolazione: per arrivare all'autosufficienza occorrerebbe che salissero al quattro per cento. Per questo ci tocca importare sangue da Usa e America con qualche rischio.

L’Avis (Associazione Volontari Italiani del Sangue) nasce nel maggio 1927 per opera del dottor Vittorio Formentano che crea un gruppo di volontari, gettando così le basi di un’associazione di donatori di sangue. Ben presto fioriscono altre analoghe associazioni e nel 1932 ha luogo un convegno dal quale nascerà l’Avis nazionale, con sede a Milano.

Il riconoscimento statale arriverà con la legge del 20 febbraio 1950, in virtù delle opere civili e sanitarie svolte dall’associazione.

Oggi l’Avis conta 3500 sezioni sparse in tutta Italia, per un totale di un milione di soci, dei quali 18000 nelle 46 sezioni comunali della provincia di Varese. Ogni sezione ha la più completa autonomia, vincolata solo dal rispetto dello Statuto e del Regolamento che determinano il comportamento di tutti gli appartenenti all’Avis.

 

- Ma cosa vuol dire essere donatori di sangue?

"Principalmente - sotengono i responsabili dell'Avis - essere donatori significa essere "buoni cittadini".

La solidarietà che ci spinge a donare il nostro sangue per salvare la vita di un altro che non conosceremo mai, ci porta a dover assumere uno stile di vita senza eccessi, senza i "troppo" che ogni tanto lo caratterizzano: un donatore può bere, ma non "troppo", può fumare, ma non "troppo"...

Il comportamento civile, quindi, è consono allo stile di una vita sana".

 

- Come si diventa donatori?

"Gli unici requisiti essenziali sono la maggiore età (18 anni) e un peso di almeno 50 kg.

La procedura di iscrizione è semplice: si raggiunge la sede Avis più vicina e si compila coi propri dati personali un modulo che sarà spedito al centro trasfusionale dell’ospedale di zona. Questo chiamerà poi il potenziale donatore per una serie di test di controllo e per un’accurata visita medica, necessari per stabilire l’idoneità della persona alla donazione vera e propria. Eseguite le analisi ed accertata l’idoneità (la conferma arriva direttamente al donatore), si potrà procedere con il primo prelievo.

In seguito il donatore verrà sottoposto a periodiche visite di controllo per tenere sott’occhio il suo stato di idoneità: diventare donatori, insomma, significa anche avere una spia continua della propria salute".

 

Come avviene un prelievo?

"Ogni volta viene compilata una scheda personale del donatore, che dovrà rispondere con la massima sincerità a tutte le domande che il medico gli porrà.

La procedura è tipica di qualsiasi prelievo: il donatore siede su una poltroncina e un’infermiera, con un ago sterile monouso preleva circa 450cc in una sacca di plastica, anche questa sterile e rigorosamente monouso. L’intera procedura dura circa dieci, quindici minuti e la giornata di lavoro viene pagata.

Tutto il materiale utilizzato per il prelievo è sempre gettato via dopo l’uso: non è assolutamente possibile essere infettati da alcunché durante la donazione.

Fra un prelievo e l’altro deve trascorrere un periodo "di riposo" stabilito in 90 giorni per gli uomini e in 180 per le donne; anche questa norma è posta per tutelare al meglio la salute del donatore".

 

 

- Quali modi di donare esistono?

"Oggi come oggi, la trasfusione di sangue intero è limitata: vi si ricorre per i gravi casi di emorragia, con perdita di oltre un terzo della quantità totale di sangue, negli interventi di alta chirurgia (trapianti d’organo o cardiochirurgici, ad esempio), negli eventi bellici, nei terremoti o in caso di patologie che richiedono un continuo rinnovamento del sangue, come nel caso del talassemico, che ha bisogno di "cambiare" il sangue più volte al mese.

In tutti gli altri casi si preferisce utilizzare una terapia "mirata", fornendo cioè al paziente solo l’elemento di cui ha bisogno: plasma, piastrine, globuli bianchi...

Per questo motivo, esiste la tecnica dei prelievi "mirati": l’aferesi. Questa tecnica prevede l’uso di un apposito apparecchio, il separatore cellulare, che trattiene la frazione di sangue che interessa (nel caso di piastrine e globuli bianchi la tecnica prenderà nome citoaferesi; nel caso di plasma, la parte liquida del sangue, plasmaferesi) e reimmette immediatamente la parte restante nel donatore. La tecnica è assolutamente innocua: questo tipo di donazione può essere ripetuta ogni tre mesi indipendentemente dal sesso e permette di recuperare donatori temporaneamente sospesi per iniziale anemia (carenza di ferro)".

 

- Un milione di donatori sono sufficienti per il fabbisogno italiano?

"In Italia i volontari donatori di sangue sono solamente il due per cento della popolazione: basterebbe che fossero il quattro per cento per garantire alla nazione la completa autonomia per gli emoderivati, che oggi invece vengono in gran parte importati.

La maggior parte delle importazioni viene dagli Stati Uniti che a loro volta importano gli emoderivati dall’America Latina, dove le donazioni sono mercenarie e i controlli non sono sufficientemente rigorosi. L’Italia è la nazione che più tiene sotto controllo la qualità degli emoderivati: ogni sacca viene rigidamente analizzata e viene dato il via libera solo se risponde positivamente a tutti i controlli clinici.

Essere autosufficienti in questo campo, quindi, significherebbe avere un notevole risparmio economico ed una notevole sicurezza in più per la salute degli assistiti".

 

Daniela Della Bosca