La malattia insostenibile

La nostra società è poco attrezzata a sopportare i costi fisici, psicologici ed economici che comportano le malattie inguaribili. Un caso eclatante è quello del morbo di Alzheimer - la forma più diffusa e grave di demenza senile - che nel silenzio o quasi dei mass media segna pesantemente nel nostro paese la vita di milioni di persone: malati e familiari. Finalmente due libri dalla parte delle vittime.


Uno dei paradossi della nostra società è che essa è, insieme, straordinariamente ricca di risorse, come nessun'altra del passato, e in evidente difficoltà ad affrontare i costi fisici, psicologici, economici che comportano la cura e l'assistenza dei malati. A volte si ascoltano discorsi che sembrano riportarci alle esperienze di cura nei momenti di catastrofe militare o naturale. Ognuno di noi ricorderà qualche film o qualche racconto dove appaiono pochi medici ed infermieri che si aggirano tra feriti sparpagliati un po' ovunque e devono decidere chi curare. Tutti avrebbero bisogno di cure ma non tutti possono essere curati e allora si impongono scelte difficili: curare chi ha più possibilità di guarigione e abbandonare gli altri, ad esempio. Ecco, non capita oggi di sentire, ad esempio, che bisogna dimettere gli anziani malati cronici dagli ospedali per fare posto ai giovani? Eppure non viviamo momenti di catastrofe, anzi ci viene detto che disponiamo di risorse in misura mai sperimentata nella storia. E allora perché oggi più che mai siamo oppressi dal problema della spesa sanitaria? Perché oggi più che mai gli anziani malati non autosufficienti sembrano un peso insostenibile?

In parte siamo vittime della nostra stessa potenza. Le risorse terapeutiche di cui disponiamo e lo stesso benessere generano salute ma insieme, paradossalmente, malattia. Se l'età media aumenta, aumenta ad esempio anche il numero di soggetti affetti da demenza. Molte persone strappate alla morte attraverso sofisticati trattamenti sono poi destinate ad anni di malattia spesso in condizione di notevole gravità. Per non parlare del paradosso estremo che talora viene proposto: la medicina e il benessere riducendo l'operare dei meccanismi di selezione naturale determinerebbero nel tempo un progressivo indebolirsi della specie.

C'è poi da dire che senza dubbio noi oggi siamo molto più esigenti che in passato in materia di cure, così come, in generale, in materia di benessere. La sanità ci appare strordinariamente costosa perché non accettiamo di avere le cure offerte ai nostri nonni o anche solo ai nostri padri: quelle camerate negli ospedali, quelle malattie inguaribili... Noi oggi pretendiamo privacy, igiene, la guarigione da malattie ancora pochi anni orsono inguaribili: si pensi al costosissimo sviluppo della tecnica del trapianto.

Inoltre - e non è certo cosa meno importante - pare oggi in crisi quella grandiosa costruzione - qualcuno direbbe: utopia - dello stato assistenziale. Da molto tempo buona parte dei costi per le cure sono a carico del potere pubblico finanziato dalla leva fiscale. Ma la cultura dominante oggi chiede che sia ridotta la pressione fiscale e dunque anche la spesa pubblica sanitaria. Il dover sopportare le spese per le cure degli 'altri' - certo: perché tendenzialmente chi produce ricchezza non è gravemente malato e poi col sistema fiscale chi ha di più paga di più per la sanità finanziando le cure di chi ha di meno - appare nella cultura dominante, malgrado l'eccezionale benessere, sempre meno accettabile.

Ancora: oggi noi ben più dei nostri padri temiamo la sofferenza. L'uomo, certo, come regola non ha mai amato la sofferenza. Però l'uomo del passato conosceva, accettava la sofferenza come parte della natura, come purificazione spirituale e anche come prezzo da pagare o comunque come un rischio da accettare per essere felici. Pensiamo all'avere un figlio: occasione di gioia e insieme di pericolo di sofferenza. Oggi invece il sogno diffuso è quello di una vita senza dolore - a costo anche di rinunce: si pensi alla rinuncia diffusa delle coppie ad avere figli - e di una morte rapida e dolce (altro che purificazione nella sofferenza!). In un tale contesto la malattia propria e altrui, specie se lunga e addirittura senza speranza di guarigione, pesa di più.

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Sì, l'assistenza ai malati appare sempre più un peso.

C'è poi da dire che i malati non sono tutti uguali.

Ci sono malattie al centro dell'attenzione ed altre trascurate, per le quali le risorse economiche proprio si fatica a trovarle. Un classico esempio è quello delle malattie molto rare: gli sfortunati che ne sono afflitti possono addirittura scoprire che per trovare rimedi non si è investito quasi nulla perché non ne valeva la pena.

Ci sono malattie controverse, ma comunque alla ribalta: emblematico in questi ultimi anni il caso dell'Aids. Ha colpito e colpisce nel mondo dello spettacolo, è in qualche modo associato al sesso oltre che alla droga e colpisce i giovani: che cosa ci può essere di meglio per i giornalisti?

Ci sono invece malattie che restano nell'ombra. Pensate a una malattia che colpisca solo i vecchi, non derivante da questo o quel comportamento, che rende il malato incapace di comunicare, inguaribile... Che importa se solo in Italia i malati oggi sono cinquecentomila e fra vent'anni potrebbero sfiorare il milione? Qualche trafiletto ogni tanto può bastare e anche i politici: che interesse mai potranno avere per una malattia del genere?

Si chiama morbo di Alzheimer.

E' difficile fissare gerarchie quanto alla sofferenza e all'abbandono (anche il malato di Aids malgrado tutta l'attenzione dei mass media e del potere finisce spesso per trovarsi solo in un abisso). Però una demenza progressiva, senza speranza, che richiede per le cure e l'assistenza grandi risorse materiali e psicologiche, che per le sue caratteristiche di inguaribilità e di 'pesantezza' non può gratificare medici e amministratori pubblici e si risolve per lo più in un drammatico rapporto tra l'ammalato e i suoi cari (se ci sono) pare l'estremo limite della sventura.

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"I malati di Alzheimer: dalla custodia alla cura", edito dalla Utet, è un libro che contribuisce a rompere il silenzio e che si rivolge ai soggetti su cui finisce per gravare quasi tutto il peso della malattia - i familiari dell'anziano - cercando di aiutarli con spiegazioni e consigli pratici a sopportare la sfida. Illustra con semplicità, ma anche con precisione i sintomi della malattia, i progressivi limiti che incontra il malato, le strategie più utili che può adottare chi lo assiste, quel che si può pretendere dal servizio sanitario... E' un libro dominato da un clima di lotta: lotta con amore, da un lato, per 'contrastare' o forse 'governare' (non so quale sia la parola più giusta) la discesa di una persona nell'abisso della demenza; lotta secondo giustizia, dall'altro, per ottenere dalle strutture pubbliche quelle cure e quell'assistenza cui si ha diritto. Su questo punto il libro è duro: spiega come combattere un sistema che molto spesso davanti all'anziano malato reagisce rifiutando le cure ospedaliere e 'scaricandolo' sulla famiglia e su un sistema assistenziale che per definizione non cura e che poi spesso costa al malato e alla sua famiglia. Il libro - che a questo proposito andrebbe integrato con un'altro della stessa collana: "Come difendere i diritti degli anziani malati" di Santanera e Breda - spiega e invita a lottare, fin nei dettagli. Propone, ad esempio, lo schema delle raccomandate da inviare per impedire che un anziano inguaribile, ma bisognoso di cure, venga dimesso dall'ospedale e sottolinea che è l'esercizio di un diritto; lo stesso per opporsi alla pretesa delle strutture assistenziali di chiedere contributi ai familiari quando la persona da assistere è maggiorenne. E poi mette in luce le vie migliori: l'ospedalizzazione a domicilio, le residenze sanitarie...

La filosofia di fondo è che pur in questa fase di revisione dello stato assistenziale un punto è e deve rimanere fermo: che il diritto a cure gratuite per tutti i malati - anche per quelli meno interessanti e gratificanti e più 'costosi' - è una conquista di civiltà irrinunciabile.

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Al di là, comunque, di ogni discussione sulla cura, resta l'abisso di quello scivolare lento di una persona nella notte della demenza. Giorno dopo giorno, fino a che ogni pensiero pare svanire e ogni comunicazione è preclusa.

E allora al fondo della sofferenza riaffiorano domande radicali. Un giorno il filosofo Blaise Pascal disse ai suoi amici e ammiratori che lo attorniavano pieni di interesse per la sua persona: "Voi dite di amarmi. Ma voi mi amate per i pensieri che vi propongo, per le riflessioni che vi induco a fare. E se io perdessi la capacità di elaborare e comunicare pensieri? Mi amereste ancora? Voi forse mi amate anche per il modo che ho di trattare con voi, per lo stile cui ispiro la mia esistenza. E se un giorno non fossi più in grado di mantenere quello stile e mi riducessi ad essere sgradevole? Mi amereste ancora? Ma voi forse non amate me, amate le mie qualità ".

Ennio Codini

L'Alzheimer in cifre

 

Con mezzo milione di malati oggi in Italia, che saranno 900mila nel 2020, la malattia di Alzheimer rappresenta il 50-60% di tutte le demenze. Le ultime stime ci dicono che in Italia il 9% degli ultrasessantenni è affetto dalla malattia. Il maggiore fattore di rischio accertato è l'età e dato il progressivo invecchiamento delle popolazioni occidentali, questa malattia è una delle più importanti emergenze che i sistemi sanitari e le società si trovano oggi ad affrontare.

Dati recenti riportano che negli Stati Uniti la malattia di Alzheimer è, al pari delle malattie cerebrovascolari, la terza causa di morte e stime italiane riportano che tra gli anziani la demenza è la prima, rappresentando il 31,7% di tutte le cause di morte