Cè un problema che
ricorre spesso sulle pagine di questo periodico e che assilla molti disabili e loro
famiglie: il problema dellassistenza. Sappiamo tutti quanto ingenti siano i costi
necessari per garantirsi unassistenza domiciliare continua. Che possibilità ci
sono, quindi, che un portatore di handicap grave, qualora venga a mancare
lassistenza volontaria dei familiari, possa continuare a vivere in una casa, come
tutti gli altri, senza essere relegato in un istituto? Certo, ci auguriamo anche che la
riforma dellassistenza in via di approvazione possa fornire qualche risposta
concreta a questo problema. Ma intanto non cessiamo di guardarci intorno per vagliare
opportunità e ricercare alternative.
E in questi giorni qualche risposta ci è venuta anche da
unesperienza decisamente singolare, quella vissuta da centinaia di persone
allinterno dellAssociazione Famiglia e Comunità e soprattutto dalle
esperienze di comunità a cui questa associazione è riuscita a dare vita.
La prima Comunità nasce oltre 20 anni fa a Villapizzone, alla
periferia di Milano, per iniziativa di Enrica e Bruno Volpi che, reduci da
unesperienza di missione in Africa, ritornati in Italia con i loro cinque figli,
cercavano un modo diverso di concepire le relazioni con gli altri, il rapporto con il
lavoro, con i soldi, con il tempo.
Racconta Bruno Volpi: "L' Africa mi ha guarito dalla voglia di
fare il bene a tutti i costi. Gli africani mi hanno detto, in sostanza: tu stai
tranquillo, non rompere troppo, ché quando abbiamo bisogno ti chiediamo noi. E mi
chiedevano cose banali, per loro era importante soprattutto che ci fossimo e fossimo
"visibili e disturbabili". In Africa ho anche imparato la libertà dal denaro,
per otto anni non ho più visto una busta paga... Un' altra cosa che mi hanno insegnato
gli africani è la liberazione dal tempo. Noi diciamo: scusami, ti porto via cinque
minuti. I ruandesi vengono lì, ti portano via la giornata intera e non ti chiedono mai
scusa! Perché il rapporto umano viene prima del tempo, del denaro. Quando nel 71
siamo tornati a casa ero diventato come loro... Il tempo era un altra cosa, il denaro non
mi interessava più. Sicuramente ero spaventato dallidea di avere cinque figli e un
futuro incerto, ma nello stesso tempo non me la sentivo più di cominciare a fare quello
che facevano tutti, partire presto la mattina e tornare a casa tardi la sera".
I coniugi Volpi erano alla ricerca di "un alternativa",
che di fatto si potè realizzare pienamente qualche anno dopo, anche grazie
allincontro con una comunità di padri Gesuiti. Con loro nel '78 si trasferiscono a
Villapizzone, una vecchia cascina alla periferia di Milano. Alla famiglia Volpi, che nel
frattempo si era notevolmente allargata per i numerosi bambini presi in affido, si
aggregano altre famiglie, fino ad arrivare alle sei attuali e si delinea sempre più il
senso dellesperienza di quella che è diventata la "comunità di
Villapizzone".
A Villapizzone le famiglie, quasi tutte con esperienze di volontariato
nel terzo mondo alle spalle, coltivano la dimensione dellapertura allesterno e
della condivisione allinterno, che permette di accogliere altri e di farsi carico di
situazioni difficili. Ogni famiglia decide che forma di accoglienza attuare: quante
persone accogliere e con che tipo di problematica. Ogni famiglia ha la propria abitazione,
definisce i propri ritmi e i propri tempi vivendo con estrema autonomia le proprie scelte,
pur ispirandosi a comuni criteri di sobrietà, semplicità di vita, accoglienza. Alcuni
lavorano allesterno della comunità, altri svolgono unattività
allinterno partecipando ad iniziative di sgombero e trasloco con riciclaggio di
materiali, restauro di mobili e manutenzione.
"Ogni individuo - sottolinea Volpi - contribuisce secondo le
proprie capacità e le proprie possibilità e le attività lavorative, oltre ad essere
indispensabili al sostentamento della comunità, consentono alle persone disagiate di
compiere un percorso di crescita personale e di acquisire sicurezza, fiducia in se stessi
e capacità di responsabilizzarsi".
Le entrate confluiscono in una cassa comune e a fine mese ogni nucleo
familiare riceve un assegno in bianco dove scrive la cifra che gli necessita. Difficile?
"Non più di tanto - risponde Volpi - molto più difficile è accettare l'altro per
quello che è".
Le eccedenze sono versate all'Associazione "Comunità e
Famiglia", sorta per far nascere altre esperienze di vita comune.
"Credo che un punto di forza della nostra scelta - sottolinea
Massimo Nicolai, che con la sua famiglia da vent'anni vive a Villapizzone - che ci ha
permesso di attrarre tanta gente e di durare, rispetto a molte altre comunità che hanno
fallito, sia proprio questo grande rispetto per quella che noi definiamo la
"sovranità della famiglia". Stare insieme nella pluralità e rispettando gli
spazi e i ruoli altrui. Questo è stato vero anche nei confronti dei padri gesuiti con i
quali si è realizzata una collaborazione estremamente proficua, ciascuno con il proprio
ruolo e la propria autonomia. La grande forza credo che sia in questa modalità di stare
insieme, dove si rispetta la pluralità e la diversità, sentendo insieme profondamente
laiuto e il sostegno dellaltro".
Chi fa questa scelta - si legge nella carta di comunità - non si
ritiene un extraterrestre o una persona particolarmente dotata, ma è cosciente di aver
intuito qual'è il "tesoro nascosto nel campo" di cui parla il vangelo: lo stare
insieme tra fratelli al di là di ogni etichetta.
A Villapizzone ogni nucleo familiare accoglie diverse persone, spesso
in situazioni veramente gravi, come adulti con pesanti handicap psichici o disagi
psichiatrici. La peculiarità rispetto ai canali classici di assistenza sociale risiede
nel considerare l'ambiente familiare come il luogo di vita migliore per curare le diverse
forme di disagio e di emarginazione. In questo ambiente, ognuno riesce a trovare il modo
di essere utile a qualcun altro ricuperando e sviluppando le proprie residue
responsabilità relazionali e lavorative: "Facciamo cose che non avremmo mai pensato
di fare - osserva Nicolai - e questo perché come famiglia non ci sentiamo soli, ma
sentiamo di avere il supporto morale e materiale delle altre famiglie che condividono
questa scelta. Inoltre non abbiamo tanti degli assilli che generalmente pesano sulla
famiglie, ad esempio quello di come arrivare con lo stipendio a fine mese. Anche il lavoro
è vissuto in una maniera meno stressante e consente di inserire anche persone che
difficilmente avrebbero una collocazione lavorativa "normale"".
La difficoltà maggiore?
" Sicuramente quella di accettare che la comunità che si realizza
è qualcosa di molto diverso dalla comunità che si sogna e di riuscire a capire che si è
contenti di stare con gli altri per quello che sono e non "nonostante siano
così"".
Dopo Villapizzone ecco che nel tempo sono nate altre comunità: a
Berzano di Tortona (Al), a Castellazzo di Basiano (Mi), a Galbiate (Lc), a Cesano Maderno
(Mi). Ora si sta trattando per dare vita a due nuove comunità o come spesso viene detto a
due "condomini solidali " in provincia di Varese: a Boarezzo e a Laveno.
Le varie comunità hanno alcune caratteristiche costanti: comunione dei
beni, sobrietà, accoglienza, autosufficienza economica ecc.), ma molte sono anche le
diversità. Ad esempio a Tortona si sta sperimentando una comunità agricola, a Galbiate
tutti i membri lavorano allesterno e non vi è un attività comune.
Intensi sono anche i rapporti che le comunità hanno con altri enti e
associazioni, tra cui il Cam (Centro ausiliario problemi minorili), l'Acat (Associazione
club alcolisti in trattamento) l'Anffas (Associazione nazionale famiglie fanciulli
subnormali) il Naga (che dà assistenza socio-sanitaria a immigrati e nomadi) le
associazioni scoutistiche, oltre ai servizi sociali e alle aziende sanitarie locali. Dalla
collaborazione con altre associazioni, ad esempio, è nato il progetto della "Città
del Riuso" che sta per sorgere alla periferia di Bruzzano, un comune
dellhinterland milanese, che dovrà rappresentare per tutta la Lombardia un polo del
riciclo sia in senso produttivo che culturale. Prendersi cura delluomo e
dellambiente, dicono allAssociazione Comunità e Famiglia - vuol dire sentire
proprie le tre R del programma del Wwf: "Ridurre" i consumi e lo sfruttamento
della terra, "Riutilizzare" ciò che non è consumato e "Riciclare ciò che
può rinascere a nuova vita".
Se la si guarda da alcuni punti di vista lesperienza di queste
comunità appare come qualcosa di straordinario, sotto altri aspetti, invece, sembra
riprodursi qui una condizione che dovrebbe essere quella di un "normale" buon
vicinato. Forse anche questo vuole indicarsi con lespressione "condominio
solidale", ed è un aspetto particolarmente interessante per le nostre città dove la
parola "condominio" diventa spesso sinonimo di incomunicabilità e di
isolamento.
Tornando... a dove eravamo partiti, io credo che in questo modo diverso
di vivere le relazioni con gli altri, il rapporto con il tempo e con il denaro si possono
trovare anche delle soluzioni interessanti per quanto riguarda i problemi legati
all'assistenza alle persone non autosufficienti. A patto che si esca dall'isolamento e che
si sperimentino esperienze in cui i carichi, anche quelli più gravosi, diventino più
leggeri se si è in molti a condividerne il peso.
Marcella Codini