A passo di danza

Abili e non abili danzano insieme a Rho con la Danceability, una nuova forma di movimento diversa dalla fisioterapia e dallo sport che permette di comunicare con il corpo e può aiutare a trovare una maggiore unità con se stessi e con gli altri.


Questa intervista nasce da una chiacchierata con Stefania. Non mi ero lasciata sfuggire quella espressione ispirata e le sue parole "una boccata di ossigeno, e che boccata!" con cui aveva commentato la sua esperienza di danza con danceability. Così, quando ho potuto, sono tornata alla carica con le domande. Diciamo che nella mia testa c’era dapprima curiosità, forse anche un lieve scetticismo (danzare con la carrozzina, e come? E in coppia poi? E cosa c’era di così piacevole?), ma anche la sensazione di qualcosa di molto privato e bello a cui dovevo avvicinarmi in punta di piedi.

- Allora, Stefania, mi racconti del tuo corso di danza?

"Sì, sono stata ad uno stage aperto a disabili e non, sei ore al giorno per sette giorni. Il gruppo era eterogeneo: danzatori, fisioterapisti o semplici curiosi e disabili di varia natura. C'erano dei ragazzi Down, dei cerebrolesi e alcuni in carrozzina per i motivi più disparati. Io ero l'unica tetraplegica".

- Handicap di vario genere, dunque?

"Sì, so che in altri gruppi c'erano anche dei ciechi o persone con handicap fisici lievi".

- E gli istruttori?

"Gli istruttori erano due americani, uno disabile e l’altro no, gli stessi che hanno inventato la danceability".

- In che modo conducevano il corso?

"Le istruzioni le dava Alito Alessi e c’era un interprete che traduceva dall’inglese".

- E l’altro istruttore?

"Emery Blackwell da anni danza con Alito Alessi. A causa della paralisi cerebrale si esprime con difficoltà, Alito faceva da tramite".

- E tra di loro?

"Non avevano bisogno di troppe parole: quando danzavano si capivano, eccome! La stessa differenza che c’è tra le coppie che quando ballano si pestano i piedi e quelle che si muovono in sincronia".

- Ma danzare ... come?

" Comunicare con il corpo: questo è il senso della danceability, una novità per tutti, disabili e non, una nuova esperienza. Il percorso è stato graduale. Inizialmente ci è stato proposto un lavoro di conoscenza del nostro corpo. Venivamo guidati a concentrare l’attenzione sulla respirazione, sulla posizione delle varie parti del corpo, sulle sensazioni; dapprima immobili poi gradualmente venivamo invitati a muoverci liberamente. Non ci veniva richiesto di eseguire un movimento preciso, non a tutti sarebbe stato possibile eseguire lo stesso movimento. Possibile per tutti era invece compiere un movimento completo scegliendo secondo il proprio piacere: lentamente o velocemente, con tutto il corpo o una minima parte di esso, spostandosi nello spazio o occupando sempre lo stesso posto, sdraiati, in piedi, seduti in terra o su una carrozzina. E sempre prestando attenzione alle proprie sensazioni".

- Una ricerca individuale, quindi?

"In un primo tempo, sì. Vi era poi il lavoro con gli altri, a coppie o a gruppi di tre, quattro, o più. Attraverso esercizi precisi costruivamo delle coreografie improvvisate. Venivamo invitati a imitare o interpretare il movimento dell’altro, a modificare col contatto del nostro corpo la posizione assunta dal compagno, ad appoggiarci sul compagno nella ricerca di nuovi equilibri reciproci. Tutto questo avveniva nel più assoluto silenzio: la comunicazione non era verbale, avveniva attraverso il corpo, il movimento, lo sguardo".

- Si creavano quindi delle relazioni di intimità con l’altra persona?

"Certo, ovviamente non con tutti. La comunicazione non verbale viaggia su canali privilegiati, può raggiungere momenti di grande intensità e parla alle persone più sensibili. Non è un caso credo, che dopo qualche giorno si siano create le prime affinità".

- E gli istruttori ballavano con voi?

"Sì, anche. Ci guidavano in questo percorso lento. Erano molto esigenti: improvvisare, ma stando nel gruppo. Se qualcuno si faceva i fatti i suoi, veniva richiamato chiunque fosse. Questo valeva anche per i ragazzi Down, per tutti".

- Perché secondo te un disabile dovrebbe avvicinarsi alla danceability?

"Perché troppo spesso a noi disabili viene offerto un tipo di movimento a senso unico: la fisioterapia, volta a fini riabilitativi e generalmente subita passivamente. C’è anche lo sport, ma non per tutti è praticabile o per mancanza di attrezzature adeguate o per limiti fisici. Con la danceability siamo tutti alla pari, possiamo tutti partecipare secondo le nostre possibilità e soprattutto seguendo il nostro desiderio, senza nessuna rigida impostazione e con tempi assolutamente personali".

- E un non-disabile?

"Per gli stessi identici motivi. Vedi, io credo che Alito Alessi abbia trovato una formula geniale per insegnare ciò che è importante nella vita: creare rapporti di uguaglianza fra le persone, far star bene gli uni con gli altri e soprattutto trovare un’ unità in se stessi".

- Una sorta di filosofia di vita dunque?

"Non vorrei esagerare. Diciamo che io l’ ho vissuta così, ma non vorrei idealizzare troppo".

- Entriamo nel personale: prima parlavi di "trovare un’unità. Cosa intendevi?

"Vedi, spesso noi disabili siamo vittime di luoghi comuni e forse ce ne facciamo influenzare più di quanto pensiamo. Mi riferisco alla scissione corpo-mente che crea degli esseri spezzati, non delle persone complete. Questa per me è stata la cosa più grande di quell’esperienza. Mi sono sentita non una testa che si chiama Stefania, non una donna "forte" da ammirare o una "poverina" da compatire, né un bel cervello che gestisce la vita di un corpo mutilato, ma una persona fatta di testa ma anche di corpo, di un corpo che se non è bello può comunque provare piacere e offrire piacere, un corpo che serve per comunicare, per creare relazioni, per esprimere sensazioni, sentimenti. E tutto questo assume un valore ancora maggiore in quanto non si è trattato di una bella teoria, ma mi è stato possibile agire in tal modo all’interno di una piccola comunità".

- Prima hai parlato del piacere del movimento...

" Già, erano anni che non mi muovevo così, anzi credo di non averlo mai fatto. In libertà, con i miei tempi, scoprivo dove appoggiare una mano, quanto lontano potevo metterla dal resto del corpo senza perdere l’equilibrio, oppure perderlo e ritrovarmi in una posizione sconosciuta e trovare il modo di rimettermi seduta. Era quasi un gioco, un gioco che io facevo sul mio corpo, con ironia anche, perché più di una volta mi sono domandata "e adesso come esco di qui?". Però ero io che giocavo con le mie gambe, con il busto, con il collo, colle braccia, colle mani, le mie mani, il mio collo... e non solo non era frustrante, ma anzi mi divertivo".

- Queste cose che hai detto credo che debbano circolare. Sono troppo importanti per rimanere solo un fatto privato...

"Sì, anche a me sembra che oltre ad essere stata un’esperienza personale quello che ho vissuto è qualcosa che voglio condividere".

Michela Foa