A quanti è capitato di slogare una
caviglia, rompere un piede o una gamba e di conseguenza trascorrere un periodo più o meno
lungo usando le stampelle? E in quel caso provare a salire una rampa di scale. Esperienza
dura, figurarsi dieci piani. E provate a pensare a quanti piani corrispondono i 2000 metri
che Oliviero Bellinzani ha salito tante volte con le sue stampelle?
Un amore grandissimo per la montagna e insieme un desiderio profondo di
dimostrare che i limiti fisici, quando ci sono, possono essere in gran parte superati,
anche se certo con molta tenacia, se non ci si lascia prendere dalla rassegnazione. Questi
due elementi stanno alla base della straordinaria esperienza umana di Bellinzani, 44 anni,
artigiano, sposato con una figlia e residente ad Orino, un piccolo centro in provincia di
Varese.
Fin da ragazzino è un appassionato sportivo e nei momenti liberi si
rifugia sulle montagne che adora, dove vive profonde esperienze spirituali ."Arrivare
in cima ad un monte - commenta - è come diventare parte dell'infinito". Il suo
fisico robusto costantemente allenato gli consente di raggiungere successi sempre
crescenti. Poi nel 1977 succede un fatto che porterà a rivoluzionare da quel momento in
poi tutta la sua vita.
Un incidente motociclistico lo riduce in coma. Al risveglio si trova la
gamba destra amputata fino alla coscia, la mandibola rotta, due vertebre fratturate per
schiacciamento e il deltoide destro denervato, oltre ad altre lesioni interne.
"Quando mi svegliai non ricordavo nulla dell'incidente. Nel
momento in cui mi resi conto della mia situazione pensai con rimpianto alle discese che
facevo in montagna, ma non mi lasciai abbattere e mi misi in mente che non potevo dire che
cosa non avrei potuto fare fino a che non ci avessi provato".
Così, pochi mesi dopo, Bellinzani, armato di stampelle, decide di
affrontare come primo banco di prova il monte Nudo in Valcuvia a 1235 metri.
" La salita fu durissima, allucinante quasi. Caddi diverse volte.
Abbandonate le stampelle, procedetti alla meglio aggrappandomi a tutto ciò che mi
capitava sottomano, saltellando faticosamente tra le erbacce del ripido pendio, tenendomi
carponi per economizzare al massimo le energie. Tutto ciò che un tempo era facile, privo
di problemi, tutto ad un tratto si era trasformato in complicato, pericoloso, impossibile.
Dopo la discesa ero allo stremo, ma una cosa avevo verificato: ce l'avevo fatta".
Dopo quella esperienza Bellinzani comincia ad allenarsi, a fare
ginnastica, in modo anche da riuscire ad alzare il braccio destro. Fa frequenti e
faticosissime passeggiate affinando una tecnica di progressione con le stampelle per lui
del tutto nuova, fatta di forza, prontezza di riflessi e agilità. Ben presto la
muscolatura debilitata dalla lunga degenza riprende tono, le braccia tornano quelle di
prima, la gamba smette di tremare per nulla e il torace ritrova il suo vigore.
Nella sua lotta soffre duramente, per la fatica e le piaghe che gli
insanguinano la protesi causate delle sue interminabili camminate. Ma i progressi non
mancano.
"Nell'estate del '78 andai all'Alpe Devero e sgambettai come un
camoscio, salii un paio di cimette, riprovai l'ebbrezza dei 2000 e me ne tornai
soddisfatto nei miei boschi. L'anno successivo mi recai alle pendici del Gran Paradiso.
Non so quante persone allucinai con pazzesche discese a velocità incontrollata. Davvero
non mi rendevo conto del pericolo, ma mentre saltavo incoscientemente da una roccia
all'altra come un forsennato mi sentivo vivo".
Nell'aprile dell' 82 sale sul Resegone dal canalone Bobbio. "C'era
molta neve, le stampelle affondavano, a volte fino a metà braccio e giuro che si trattò
di una cosa orrenda. Impiegai cinque lunghe e dure ore, sputai sangue e rabbia ma alla
fine arrivai in cima".
Successivamente Bellin- zani affronta i 3000 metri e nel '93 comincia
ad arrampicarsi imparando pian piano ad utilizzare il moncone protetto da un rinforzo di
pelle.
Nonostante i risultati raggiunti abbiano in sé già dell'incredibile
Bellinzani non si ferma. Arrampica su difficoltà fino al 6° grado e grazie ad una
protesi fornitagli dal centro Inail di Vigorso di Budrio partecipa ad un corso per
normodotati di arrampicata su cascate di ghiaccio.
"Per quanto ottenessi nessuna esperienza era sufficiente ad
appagarmi. Le mie aspettative crescevano con l'aumentare delle capacità tecniche,
dilatandole talmente da vedermi in vetta al Cervino, al K2 o sulla nord dell'Eiger, cose
che finalmente mi apparivano davvero realizzabili".
Così nel '96 arriva sul regina Margherita. "Avevo un po' di
timori a trovarmi a 4000 metri perché spesso l'altezza dà disturbi e io dopo
l'intervento di laparotomia che avevo subito non potevo permettermi di vomitare. Per
fortuna provai solo un leggero mal di testa".
Chissà dove sarebbe ora Bellinzani se vicende familiare e problemi
lavorativi non avessero frenato la sua passione. E se non avesse incontrato difficoltà a
trovare compagni con cui condividere queste esperienze "In una persona
"normale" - commenta c'è la preoccupazione di portarsi in giro uno come
me".
Ma che ne pensa un tipo così del problema handicap?
"Trovo che in molti amputati ci sia troppa commiserazione e
incapacità di soffrire come se la sofferenza facesse paura. Ho capito che il limite in
realtà spesso non c'è, ma è solo nella testa. Solo che per un 'bipede' è più facile
liberarsi dai limiti perché ha degli esempi, mentre io non ne avevo. Io lancio la sfida:
se qualche altro amputato avesse voglia di provare sono disponibile ad insegnargli ciò
che ho imparato.
Voglio che la gente sappia che per fare certe cose non è necessario
essere 'integri'. Per molte persone, invece, disabilità vuol dire imperfezione e
inferiorità fisica.
Un esempio. Nell'agosto dell'81 salivo ai casolari dell'Herbetet in
Valnontey diretto al bivacco Leonessa. Cento metri prima di arrivare superai una comitiva
e scorgendomi una donna piuttosto robusta disse: "Se ce la fa lui ce la facciamo
anche noi". Ecco questa è una mentalità tipica nei confronti di un disabile. Dove
c'era scritto che se ce la facevo io doveva per forza riuscirci anche lei? Su quale libro?
Perché lei aveva due gambe e io una?
Nella mentalità comune l'integrità è di per sé sufficiente a
garantire una virtuale superiorità fisica su chi non lo è.
Certo perdere una parte di sé è sempre un fatto traumatico. Ciò che
accade non è mai come lo avevamo immaginato prima. Ci si può sentire distrutti, finiti,
inutili o anche peggio. D'improvviso non si è più quelli di prima, l'atavica condizione
di intero uguale perfetto ci tormenta rapinandoci il futuro e senza volere ci si ritrova
dall'altra parte del muro, tra brutti e imperfetti, senza possibilità di ritorno. Allora
non rimane che adeguarsi alla nuova condizione, fare del proprio meglio per non affogare,
ognuno alla sua maniera (se io fossi costretto su una carrozzina forse mi dedicherei a
fare i passi alpini su strada...) ma sapendo che non è finita, ma è solo un altro
capitolo. Purtroppo c'è un grande clima di ignoranza nei confronti dei disabili e tra i
disabili stessi, i quali non conoscono le grandi possibilità esistenti oltre i confini
dei propri limiti".
I prossimi appuntamenti di Oliviero Bellinzani?
Il Cervino a fine agosto e a settembre (forse) il Kilimangiaro.