Detto fra noi

di Laura Belloni


 

Un Autobus che si chiama  desiderio...


Ecco che cosa succede a chi tenta di salire in carrozzina sugli autobus "accessibili" di Varese



L’ennesima avventura di una cittadina in sedia a rotelle è cominciata durante le ultime vacanze di Natale, quando mio papà ed io siamo invitati da amici, che abitano vicino al Sacro Monte, aVarese, la città in cui viviamo.

Purtroppo, non possiamo usare la nostra macchina, perché problemi alla schiena di mio papà gli rendono gravoso il mettermi in macchina; conserviamo le forze solo per le emergenze. Che fare? Chi è disabile sa che bisogna imparare presto ad affrontare difficoltà ed imprevisti anche nei gesti quotidiani più semplici; i miei meccanismi cerebrali si mettono in moto, ed ecco, l’idea: utilizziamo i mezzi pubblici, visto che, come annunciato da giornali e TV, Varese, tra le prime città italiane, si è dotata di autobus accessibili anche ai disabili motori; molti mezzi, infatti, espongono il simbolo dell’accessibilità, l’omino in sedia a rotelle. La piccola fiamma della speranza si rianima.

L’esperienza mi ha, tuttavia, insegnato, che fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio: prima di uscire, telefono all’ufficio informazioni, dell’Azienda varesina trasporti, l’ente che gestisce il servizio pubblico.

Mi risponde una persona gentile, cui chiedo se è possibile per una persona in sedia a rotelle andare da Casbeno, dove abito, a Fogliaro, dove abitano i nostri amici, utilizzando gli autobus di linea.

- Teoricamente sì - risponde la voce gentile, un po’ velata dall’imbarazzo - ma sa, gli autisti non sono abituati ad usare la predella, perché finora non è salito nessun disabile, però a suo rischio, se vuol provare !?!-

Reagisco grintosamente, come la vita mi ha costretto a fare, da tempo: - Certo, se a tutti consigliate di non salire, non salirà mai nessuno! -

Rinunciamo all’impegno, ma mi riprometto di organizzare una spedizione di prova, cominciando dagli autobus della linea E, la più frequente e, dicono, la più accessibile.

Lunedì 18 gennaio, una piccola, ma combattiva, armata Brancaleone, formata da me, mio papà e la mia amica Maria Grazia, parte alla volta della fermata della E più vicina; l’autobus arriva puntuale, porta il distintivo di accessibilità; l’autista, che ci ha già visti fa cenno che la pedana non funziona, ma ho l’impressione che non tenti neanche di metterla in azione. Due ragazzi, senza che noi chiedessimo nulla, scendono e si offrono di issarmi a bordo, all’inizio resisto: - se scendete prima di me, come farò? -

- Qualcun altro l’aiuterà -, mi rispondono dolcemente. Accetto il loro aiuto, l’autista dà il suo benestare, si parte. In vettura, pago il biglietto e mi guardo attorno, emozionata; son quasi trent’anni che non salgo su un autobus, e poi, per chi è quasi sempre in casa e si sposta con la propria auto, è piacevole essere in mezzo agli altri, ci si sente meno soli.

Riprendo il controllo della situazione, perché il giro d’orizzonte sui miei compagni di viaggio dall’età media elevata, mi consiglia di scendere intanto che i due ragazzi sono ancora presenti, non vorrei fare un giro panoramico di Varese, fino all’autorimesssa.

Scendiamo, l’avventura è già finita. L’armata Brancaleone torna a casa, mortificata. Qualche giorno dopo, riproviamo con un autobus della linea B, anch’esso "accessibile". Il copione è quasi lo stesso: questa volta l’autista dichiara di non essere stato autorizzato ad azionare la predella e si offre lui stesso di aiutarmi a salire. Non è il caso.

L’ultimo giorno del corso antibarriere architettoniche (vedi pagine interne) è dedicato ai trasporti e sono presenti i dirigenti delle Aziende trasporti di Varese e Milano. Intervengo e chiedo lumi. I pareri sono unanimi: il problema è causato dalla psicosi degli autisti, talmente terrorizzati che la predella non rientri, che non osano usarla. Mi spiace che non fosse presente una loro rappresentanza, mi sarebbe piaciuto sentire il loro parere. Va’ beh! Ingoiamo anche questo rospo.

Proprio mentre deglutisco le zampette dell’animale immaginario, il telegiornale svizzero annuncia che le Ferrovie elvetiche sono nella bufera, perché le carrozze intercity appena acquistate presentano continui guasti meccanici. Se succede anche alle mitiche ferrovie svizzere... Sospiro, mal comune mezzo gaudio; riprendo le forze e decido di ritentare la sorte con gli autobus varesini: chi la dura, la vince.

 

Laura Belloni