L'importante è buttarsi !


Due adozioni e quattro affidi di bambini italiani e stranieri alcuni dei quali affetti da gravi handicap o da turbe psichiche: è il bilancio della famiglia Bertin. Un esempio controcorrente che mostra uno stile di accoglienza in netta contrapposizione con l'attuale situazione di rifiuto della vita o di ricerca di un figlio a tutti i costi.


Confesso che era da parecchio tempo che desideravo sapere qualcosa di più della famiglia Bertin. L'avevo conosciuta a Venegono Superiore durante un incontro organizzato presso i Missionari Comboniani e ricordo ancora l'effetto che mi fece quella famiglia singolare con figli così ben "assortiti" in colore della pelle e diversi tipi di handicap.

Sapevo che l'unica figlia "naturale" era Melania, che adesso ha quasi 16 anni, e che per il resto si trattava di adozioni e di affidi, spesso piuttosto travagliati. Ma mi interessava conoscere come era nata e come si era sviluppata un'esperienza di vita che anche a colpo d'occhio appariva del tutto inconsueta. E' così che mi sono decisa a contattare Rosy, la "mamma" trentaseienne che insieme a Fabio, 42 anni, produttore discografico, ha dato vita a questa avventura. La famiglia Bertin vive a Locate Varesino piccolo centro in provincia di Como, in una casa bifamiliare. Dopo il matrimonio e la nascita di Melania, Rosi deve purtroppo prendere atto che non potrà più avere figli.

"E' stato un duro colpo per me - sottolinea Rosy - che avevo sempre sognato una famiglia numerosa, dopo che nella mia famiglia d'origine avevo sperimentato con i miei 6 fratelli (di cui uno adottato) come il rapporto tra fratelli e sorelle faccia crescere, abitui a condividere le cose che si hanno e a sopportarsi. Questa esigenza era condivisa anche da mio marito che pure veniva da una famiglia un po' più piccola.

In quel periodo io che avevo solo 23 anni, mi chiedevo dove sarebbe andato a finire il mio desiderio di maternità e mi ci volle tempo per capire che questo desiderio doveva essere vissuto ad un altro livello".

Qual'è stata la vostra prima esperienza di adozione?

"Inizialmente ci siamo orientati verso l'adozione internazionale, visto che per quella nazionale le cose sono molto più difficili perché per ogni bambino adottabile ci sono 20 coppie. Avevamo dato la disponibilità ad accogliere qualsiasi bambino sano o malato che fosse. Ci avevano detto che, al massimo, si sarebbe trattato di un bambino con un lieve handicap e invece Angelo, il bambino brasiliano che ci fu proposto mancava dell'avambraggio sinistro e di tre dita nella mano destra. Nel momento in cui ce lo proposero mi venne in mente quella frase del Vangelo che dice: "Chi accoglie il più piccolo dei miei fratelli accoglie me" e ho detto di sì subito e sono partita per il Brasile".

Paolo è stato il secondo "arrivo"?

"Sì, in seguito abbiamo adottato Paolo, che ora ha 8 anni, un bambino che nessuno voleva perché pur essendo nato in Italia era negro".

Poi però avete cominciato anche le esperienze di affido?

"Dopo queste due adozioni sono iniziate le nostre esperienze di affido anche grazie al fatto che il contatto che avevamo incominciato ad avere con il mondo dell'handicap ci aveva in qualche modo aperto il cuore e la mente. E così è arrivato a casa nostra un altro ragazzo proveniente dal Brasile, Reginaldo, che aveva già 15 anni e stava sulla sedia a rotelle oltre a soffrire di gravi problemi di piaghe. Quelli che sono seguiti sono stati 5 anni di duro lavoro e di crescita interiore a stretto contatto con l'handicap. Purtroppo non è stato possibile consentirgli di riprendere a camminare perché i suoi problemi erano troppo grossi e pian piano si è rassegnato a questa situazione incominciando ad aprirsi e a crescere, mentre quanto era arrivato in Italia era arrabbiato con il mondo. L'abbiamo fatto studiare - prima era analfabeta - e quando ha espresso il desiderio di tornare in Brasile gli abbiamo cercato una sistemazione, cosa non facile, perché prima di venire in Italia viveva nelle favelas, sulla strada e nessuno voleva occuparsi di lui. Attualmente vive in una comunità di accoglienza a Sao Luis che gestiamo a distanza e che accoglie durante il giorno un'ottantina di ragazzi che altrimenti vivrebbero sulla strada e all'interno della comunità ha modo di rendersi utile agli altri".

Avete avuto altre esperienze di affido?

"Sì, ne abbiamo avute altre 3: uno dei ragazzi è poi ritornato nella sua famiglia, mentre gli altri due, Alessandro e Mohammed, sono ancora qui con noi".

Si è trattato di casi difficili?

"Sicuramente. Anche se la fatica maggiore l'abbiamo fatta con Reginaldo perché era più grande e perché anche noi eravamo meno abituato ad affrontare certi problemi. Molti ragazzi, come nel caso dei nostri affidi, arrivano con un passato di violenze spesso veramente duro, soffrono di gravi turbe psichiche e quando vengono accolti in una famiglia la reazione che hanno è di riversare su di te tutto il risentimento che non hanno avuto la possibilità di esprimere verso chi ha fatto loro del male e sono crisi continue spesso veramente terribili da gestire".

Gli altri tuoi figli come vivono questi momenti?

"Quando vedo che un bambino sta per avere una crisi lo porto in camera mia, ma certo non basta, così cerco di spiegare agli altri figli i motivi per cui capitano queste cose, che questi momenti sono occasione di sofferenza ma anche di crescita interiore e che quando cresceranno anche questi bambini diventeranno dei bravi ragazzi.

Quanto a mia figlia Melania ha sempre condiviso le nostre scelte. Ha sofferto un po' con l'arrivo di Angelo, perché tutta l'attenzione si era concentrata su di lui, ma anche lei attraverso queste esperienze è molto maturata ed ora mi è di grande aiuto".

E tuo marito?

"Abbiamo sempre preso insieme queste scelte di adozione e di affido. Ciò che ci ha aiutato in questi anni è un dialogo profondo che già da fidanzati avevamo e che poi si è approfondito nel corso degli anni. Insieme, prima di sposarci, abbiamo condiviso l'esperienza negli Scout che ci ha fatto maturare nella logica dell'apertura a chi ha bisogno, insieme abbiamo condiviso un'esperienza di fede profonda. In questi giorni mio marito è in Brasile per verificare come sta andando l'attività della casa di accoglienza di cui ho parlato prima. Quando è qui, cerca il più possibile di essere presente grazie anche al fatto che la sua impresa è in questo stesso stabile".

Chi vi conosce come ha valutato le vostre scelte?

"Quando vivi esperienze come queste, che certamente sono un po' controcorrente, sembra che tutti intorno a te si coalizzino per dirti che stai facendo una follia, ma noi siamo sempre andati avanti lo stesso".

Avete mai interrotto un affido?

"No, ma certo la tentazione tante volte c'è stata. Però quando comincio una cosa ci tengo a portarla avanti. Nel tempo i cambiamenti si vedono, ma certo ci vuole molto tempo".

Quali sono stati i momenti più difficili?

"Sicuramente quelli vissuti con Reginaldo. I primi tempi se qualcosa non andava si chiudeva in se stesso e magari non parlava più per un mese. Dovevo essere sempre io a fare il primo passo, a perdonare gli insulti che mi rivolgeva nei momenti in cui cercavo di aiutarlo. Stavo lì a parlare delle ore e pian piano si liberava della sua corazza e questo nella misura in cui io riuscivo ad avvicinarlo con amore, a perdonare veramente, cosa che inizialmente mi era difficile. Adesso è un ragazzo libero che ha acquistato anche una grande autonomia. In quei momenti scopri che il Vangelo è tutto vero: più ci si mette al servizio, più si cresce. Ed è vero anche che nel servire non fai niente di più di quanto devi fare, di quanto ti è chiesto di fare. E i frutti si vedono in termini di pace e di serenità interiore.".

Come mai ultimamente vi siete orientati più verso l'affido che verso l'adozione?

"Perché le coppie disponibili all'adozione sono veramente molte, mentre il contrario avviene per l'affido e quindi ci siamo diretti verso dove c'era più bisogno. Egoisticamente invece avremmo scelto l'adozione anche perché con l'adozione il bambino è tuo figlio e basta e non devi rendere conto a nessuno, mentre con l'affido, c'è la famiglia di origine, lo psicologo, l'assistente sociale. Le persone poi hanno molte remore nei confronti dell'affido perché si fanno un sacco di problemi".

Di che tipo?

"Cento volte mi sono sentita fare le stesse obiezioni, del tipo: "E se poi ti affezioni al bambino come farai a lasciarlo?" Io credo che in queste cose bisogna buttarsi. Se hai paura di soffrire non fai più nulla. Certo ho sofferto quando Reginaldo è tornato in Brasile, ma nella vita c'è comunque da soffrire in un modo o nell'altro. E poi bisogna smettere di fare le cose nell'idea di essere ricambiati. Inoltre queste sono esperienze che ti fanno crescere, che ti aiutano anche a rapportarti meglio con i tuoi figli naturali, ad essere meno possessivi e a pretendere meno.
Per questo anche nel futuro siamo disponibili ad altre accoglienze nei limiti dello spazio e quando sarà il momento giusto".

La vostra è certo un'esperienza contro- corrente...

"So di andare controcorrente; in un mondo in cui lo slogan sembra essere quello di godersi ogni attimo, la scelta di rendersi "difficile" la vita può sembrare un assurdo. Io credo che la forza di scegliere sempre la strada più difficile per il desiderio di vivere il Vangelo sia innanzitutto un dono, perché umanamente mancherebbero le forze per farlo.
Fossimo rimasti solo con la nostra figlia Melania, ora saremmo benestanti, avrei la possibilità di uscire la sera, che ne so di andare al cinema o a cena e avrei potuto tenere il mio lavoro di infermiera. La nostra vita è ridotta all'essenziale, di ferie non se ne parla, però se penso a quelle poche volte in cui quando Melania era piccola eravamo andati in vacanza e i posti scelti non andavano mai bene, mi rendo conto che le cose che contano nella vita sono altre. E' quando ti stacchi da tutto il superfluo che ti senti veramente in pace."

 

Marcella Codini