E' spontaneo
pensare ai tempi passati come a tempi oscuri per i disabili e tanto più oscuri quanto
più si va indietro nei secoli. E' questo in verità uno degli effetti della nostra
concezione della storia: se è continuo progresso, più si va indietro nel tempo, più
dovremo trovare il disabile disprezzato, umiliato. Allora chi s'impegna oggi per i
disabili non ha motivo di volgere lo sguardo al passato.
Ma è così? Certo la storia ci propone ad esempio l'uso di molti
popoli del passato di eliminare i neonati che apparivano disabili: dagli anni della scuola
ci restano impressionanti ricordi di neonati 'difettosi' gettati dalle rupi ai tempi dei
greci e dei romani.
Chi ama la letteratura potrebbe poi citare il famoso episodio di
Tersite nell'Iliade tutto giocato sul binomio difetto fisico, difetto morale. E chi ama la
filosofia potrebbe spiegare molti atteggiamenti negativi nei confronti dei disabili con
l'approccio aristotelico che identifica tipi naturali-normali e classifica il resto come
deformazione.
Tutto vero. Però c'è anche altro. Qualche tempo fa ho visitato una
mostra dedicata alla città maya di Copan. Ad un certo punto era proposta l'immagine di un
uomo con una vistosa gobba. Rappresentazione di un essere maligno? Una caricatura? O era
per i maya quello un uomo oggetto di pietà? Nulla di tutto questo. I maya ragionavano
diversamente: un uomo con la gobba è fuori dalla norma; gli uomini sono come sono secondo
la volontà degli dei; dunque, un uomo con la gobba ha particolare valore perchè gli dei
nel volerlo devono aver fatto una qualche riflessione speciale....
Un'eccezione? No. E' vero che nella storia è ricorrente l'idea del
disabile-inutile, se non persino del disabile-malvagio (si pensi a personaggi emblematici
della letteratura come il Riccardo III o a quell' altro personaggio shakespiriano che è
il Calibano de La tempesta: 'brutto d'animo come di forme'). E anche troviamo il
disabile-curiosità (basta pensare ai 'popoli disabili' proposti da Plinio nella Naturalis
Historia) o il disabile-colpevole punito (nel buddhismo, ad esempio). C'è però molto di
più.
Nel mondo antico, ad esempio, è classico il rapporto tra
difformità sul piano fisico e/o mentale e mondo dell'inconoscibile/sacro. L'uomo antico
individua tutto un insieme di livelli che la ragione e la forza non possono
attingere/dominare, esterni e però essenziali e vede la non-normalità come 'sul
confine'. Emblematiche alcune pagine dell'Odissea così come la pazzia che si associa agli
oracoli; e che dire della pazzia della Baccanti di Euripide o del cieco Edipo che diventa
guida? Talora la disabilità è quasi oggettivamente rivelazione (si ricordi lo schema
ciceroniano per cui i monstra monstrant) in altri casi, semplicemente, il non-normale è
sacro perchè comunque sul confine rispetto alle potenze fondamentali.
Diverso l'approccio cristiano antico. Ma anche in esso troviamo più
di quel che si potrebbe sospettare. Non solo pietà. In un passo del De civitate Dei di
Agostino la disabilità appare essere perfezione perchè "Dio sa bene quello che ha
fatto" anche se a noi può "sfuggire la ragione del fenomeno": in una
prospettiva per cui le creature erano, prima di esistere, nel pensiero di Dio ogni
caratteristica è grazia, e quindi l'idea di difetto naturale risulta per definizione
inconcepibile. E tra l'altro non scandalizza nemmeno l'ipotesi di una disabilità di
Cristo: c'è tutta un'iconografia bizantina e russa che ci propone un Gesù bambino, e poi
in croce, zoppo.
Se dalla complessità dell'approccio antico volgiamo di nuovo gli
occhi al mondo moderno è piuttosto quest'ultimo ad apparire inquietante nel suo approccio
semplicistico: e se la storia fosse decadenza?
Il mondo moderno appare come mondo dell'uniformità in quanto
idealizzazione di un tipo. Si potrebbe vederne l'apertura simbolica nei grandi processi
alla streghe del XVI secolo; poi ad esempio si sviluppano a poco a poco le teorie razziste
che trionferanno nel XIX e nel XX secolo.
Più specificamente accade ad esempio che la diversità mentale
diventi malattia ed esclusivamente malattia. Ancora Don Chisciotte è molto più di un
malato e l'Idiota di Dostoievski ripropone l'immagine di Cristo, ma siamo concettualmente
al di qua della soglia del moderno: il moderno è dominato dall'idea di ragione e di
efficienza, sarà l'età dei manicomi, come dato più vistoso, e comunque con la costante
della diversità mentale come mera malattia da curare o da contenere: nient'altro.
L'economia poi diventa il centro della vita, un centro dove per il
configurarsi del sistema l'esserci richiede il rientrare in uno schema psicofisico. E chi
non è 'economico', perchè non rientra nello schema, che valore potrà mai avere, se
l'economia è la misura del valore?
Non bisogna farsi ingannare dalle apparenze. Lo sviluppo economico
da luogo ad alcuni vantaggi sul piano materiale e di questi vantaggi beneficiano anche in
parte i disabili che poi in una qualche misura beneficiano anche specificamente di
sviluppi sul piano medico. Ma il quadro culturale è forse più sfavorevole di quelli
passati, perchè per molti aspetti - e proprio per quegli aspetti che riguardano il
disabile - lo standard del provvisto di valore appare straordinariamente ristretto,
appiattito com'è sulla figura ideale del produttore-consumatore edonista.
Non più creatura, non più mistero, il disabile resta solo allora
un problema, in attesa che la scienza elimini la figura nel contesto della creazione di
un'umanità prodotta su misura e ammessa in quanto tale.
Visto con gli occhi arricchiti da una contemplazione anche fuggevole
del passato il mondo moderno - che anche conserva e fa crescere in sè tutti i demoni
antichi, dalle pulsioni eugenetiche all'approccio repulsivo o morboso - propone alla fine
un solo autentico valore culturale proprio: quel grande senza precedenti sviluppo della
pietà che è il welfare state dove la compassione si organizza al punto che ad essa
corrispondono diritti; un valore peraltro oggi in discussione.
Tutto questo non deve portare ad un approccio nostalgico e men che
meno all'idea di tentare di riproporre logiche di un passato che come tale non potrà
tornare e non va mitizzato sulla base di suggestioni.
Quel che conta è allargare il nostro sguardo.
Ennio Codini