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Mi chiamano "ragazzo" ma ho 37 anni
e da 17 combatto contro me stesso cercando di collaborare con il mondo che mi circonda per
diventare "un uomo come gli altri", dopo che una caduta banale mi ha
completamente paralizzato dal collo in giù.
Ciononostante credo di essere un ragazzo
fortunato perché non mi sono mancate la fede, l'amicizia, l'amore e la famiglia. Così,
grazie alla solidarietà di tanti, ho continuato gli studi laureandomi in giurisprudenza,
ho superato l'esame di procuratore legale e ora faccio l'avvocato in un studio mio, con
un'impiegata part-time e qualche collaboratore "volontario".
Tutto quel che ho potuto fare, utilizzando
una semplice bacchetta stretta tra i denti e il solo movimento del collo, è stato
possibile anzitutto grazie ai miei genitori (che mi stanno assistendo giorno e notte da
diciassette anni); il resto, come ho detto, lo devo alla solidarietà di chi mi ha offerto
vicinanza e mezzi per riuscire a vivere in relazione con il mondo e crescere cercando di
rompere ogni giorno la gabbia dell'emarginazione.
Ma non mi rivolgo a voi per sottoporvi
"l'eroica storia di un ragazzo handicappato" quanto per invitarvi a riflettere
su un problema comune a tanti come me: come garantire a domicilio un'assistenza/vigilanza
sulle 24 ore ad una persona non autosufficiente che vuole condurre una vita il più
possibile autonoma?
In questi diciassette anni ho cercato di
fuggire il pensiero di come vivrò quando i miei genitori non potranno più garantirmi
l'assistenza di cui ho bisogno. Ma anche i ragazzi handicappati crescono e a quasi
quarant'anni si chiedono perché non gli è permesso di diventare adulti, di costruirsi
una propria indipendenza. Perché devono restare fatalmente sotto-tutela dei genitori fino
a quando passeranno sotto-tutela di un istituto o di un responsabile di una casa-famiglia?
Da una parte la persona non autosufficiente
che vuole vivere in casa propria non può avvalersi di un'assistenza domiciliare gratuita,
perché la solidarietà pubblica non sembra in grado di sopportarne la spesa. D'altra
parte questa stessa persona dovrebbe disporre di almeno 35.000.000 annui per coprire le
spese di 50 ore settimanali di assistenza professionale (senza contare i giorni festivi,
di permesso e quant'altro previsto dai contratti di lavoro). E ciò sempre ammettendo di
trovare qualcuno disposto a fare assistenza a L. 9.650 all'ora. Nel caso volesse coprire
24 ore l'anno poi, non gli basterebbe assumere tre persone perché il monte ore
contrattuale ne imporrebbe una quarta.
Emerge in modo chiaro che un disabile o un
anziano totalmente non autosufficiente, con la necessità di essere seguito nelle 24 ore,
dovrebbe disporre di almeno 105 milioni annui per tre assistenti. Trasformandosi in una
specie di imprenditore, con costi economici e umani notevoli anche per gestire questo
personale dal punto di vista amministrativo, formativo, psicologico, organizzativo
(sostituzioni, modifiche di orari, emergenze, dinamiche interpersonali ecc.). Resterebbero
ancora, fuori da quella cifra enorme, le spese personali ordinarie quali: medicine,
ausili, vitto, vestiario, alloggio, ecc.
Agli invalidi civili totalmente non
autosufficienti lo Stato concede, al massimo, sommando insieme pensione e indennità di
accompagnamento, l'importo di 14,5 milioni annui. Una somma insignificante rispetto alle
necessità di chi, per legge, necessita di "essere assistito continuamente" per
svolgere le attività quotidiane.
Sull'assistenza dei non autosufficienti
esiste una grave forma di rimozione collettiva e l'insostenibile situazione attuale ne è
la conseguenza: l'anziano e il disabile sono stati completamente abbandonati sulle spalle
di una famiglia che è già in crisi per conto suo. Non importa che questa crolli sotto il
peso della fatica; non importano le esigenze personali di chi non fa una vacanza da venti,
trent'anni, di chi ha dovuto lasciare il lavoro perdendo il diritto alla pensione e
quant'altro. L'ente pubblico si sente obbligato a intervenire solo quando la famiglia è
definitivamente scomparsa e allora paga istituti e case di riposo.
A chi non si arrende e cerca di cavarsela con
sacrifici suoi, quando raggiunge il reddito lordo di 22.800.000 lire annuo viene tolta la
pensione. Sul presupposto, suppongo che un aiuto pubblico di poco più di 1.100.000
mensili venga reputato eccessivo per chi ha "così tanto denaro da spendere".
Oltretutto il disabile e l'anziano o chi paga per loro, non possono nemmeno detrarre la
spesa dal reddito imponibile, perché l'assistenza di una collaboratrice domestica non è
prevista in alcun modo.
Eppure anche l'Erario avrebbe vantaggi
considerevoli se la spesa per l'assistenza generico-domestica necessitata ed obbligatoria,
venisse detratta dall'imponibile. Emergerebbe infatti una enorme quantità di lavoro
sommerso, destinato ad aumentare nei prossimi anni per l'invecchiamento della popolazione,
con notevole gettito Irpef.
La riflessione sui costi che dovrei
sopportare per avere la necessaria assistenza per vivere da solo ha annientato i miei
sogni di autonomia. Ma aiutatemi a credere ancora che con una maggiore organizzazione, con
la tecnologia che avanza, potrò riuscire ad essere autonomo come gli altri e che
riuscirò a pagare l'assistenza di cui ho bisogno con il mio lavoro e il mio risparmio,
anche quando non potrò lavorare.
Se non riusciremo a porre rimedio alla
perversione del sistema attuale non ci sarà speranza per i miei sogni di autonomia, nè
per quelli degli altri che condividono la mia condizione e nemmeno per la legalità.
Infatti in questo sistema a molti non conviene né lavorare, né risparmiare, ma solo fare
pressioni per un maggior assistenzialismo.
Spero in un processo virtuoso che porti a
qualche soluzione. Altrimenti sarò costretto a interrompere la splendida esperienza
professionale che ho la fortuna di vivere. Pur essendo convinto dell'alto valore del
servizio che posso svolgere, come avvocato, i costi e il sacrificio quotidiano necessari
sono troppo elevati. Soprattutto pensando che nel sacrificio sono coinvolte terze persone.
Cercherò di rendermi utile in altro modo e quando la mia famiglia non ce la farà più ci
porteranno in qualche ospizio.
Per meglio focalizzare la questione ho
pensato di pormi in chiave propositiva e proporre l'ipotesi di proposta di legge
pubblicata qui sotto fondata sui principi che ho finora evidenziato. Ma ciò che reputo
essenziale e prioritario é la modifica dei criteri di quantificazione del bisogno.
L'attuale sistema della percentuale di invalidità fondata sulla capacità residua è
totalmente scollegato alla realtà attuale. Per questa normativa io, ad esempio, sono
invalido al 100 per cento, senza alcuna capacità lavorativa residua e invece lavoro
eccome, anzi faccio pure lavorare altri pagandoli con il mio lavoro. L'attuale criterio
non riesce nemmeno a misurare il bisogno effettivo della persona ai fini di quantificare
in proporzione l'aiuto da concedere.
Su questi temi è importante iniziare un
dibattito serio e arrivare il più rapidamente possibile ad una soluzione.
Fabrizio Chianelli |