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Cos'è la bonta?
Dio ci consente di andare avanti portando, nel fondo dell'anima, una scintilla di bontà che chiede solo di diventare fiamma (frère Roger di Taizé).

"Bontà e fedeltà non ti abbandonino: legale intorno al tuo collo, scrivile sulla tavola del tuo cuore." E' bella l'immagine che ci propone il libro dei Proverbi: il cuore come una tavola su cui noi possiamo scrivere ciò che ci definirà come persone. E due sono gli atteggiamenti che l'autore biblico ci invita ad imprimere: la fedeltà e la bontà.
Ma cos'è la bontà?
Tempo fa parlando con la mamma di un bambino le dissi che suo figlio era buono. Se la prese perché scambiò quello che nelle mie intenzioni era un complimento con un'offesa. Dire "buono" per lei significava dire sempliciotto, ingenuo, un po' tonto.
Niente di più sbagliato! Eppure è facile ingannarsi sulla bontà perché siamo immersi in una mentalità che la bandisce o la falsifica (dandole un "volto" che non le appartiene ).
Essere buoni non significa ad esempio essere sentimentali. Talvolta vedendo qualcuno piangere guardando un film romantico o commuoversi davanti ad un tenero cucciolo subito pensiamo: "Com'è sensibile". Ma anche feroci dittatori si commuovono abbracciando i bambini e così genitori violenti o assenti, amministratori disonesti, persone egoiste? Le lacrime facili non sono sinonimo di bontà.
Così come non è bontà il lasciar correre tutto, l'accettare ogni cosa. Quando ci rintaniamo nella nostra debolezza e non affrontiamo i problemi, sono spesso coloro che dipendono da noi (il coniuge, i figli, i colleghi?) a rimetterci, perché non vengono difesi come avrebbero bisogno. In questo caso la bontà consisterebbe nell'uscire allo scoperto, nel darci da fare per raddrizzare le "righe storte", nel vincere la nostra tendenza a metterci da parte per paura.
Sono buone le persone che hanno mantenuto unita la famiglia nonostante le sofferenze, i tradimenti, le ingratitudini, che hanno tenuto duro pur non ricevendo l'amore che speravano e meritavano.
Sono buone le persone che hanno "la disposizione a promuovere il bene altrui come se fosse il proprio", che "sono affascinati dall'idea di vincere il male con il bene" (card. Carlo Maria Martini). Sono buone le persone che perdonano non perché non si accorgono del male ricevuto o per pusillanimità ma perché scelgono di perdonare con tutta la fatica che quest'atto porta con sé.
Sono buoni coloro che portano i "pesi gli uni degli altri"e alleggeriscono la vita di coloro che incontrano.
Magari nel fare e dire di questi uomini e donne possiamo trovare a volte un po' di asprezza, il cosiddetto "caratterino", ma guai a non andare oltre, a "etichettarle" con giudizi facili e superficiali.
Spesso il loro nervosismo dipende dalla stanchezza che portano sulle spalle proprio per essere fedeli alla bontà. La bontà è qualcosa di più della gentilezza dei modi.
Non è quindi tanto una questione di temperamento o di buone maniere. La bontà ha una sostanza più corposa: è il preoccuparsi di rendere felice l'altro, a partire però dall'amore e dal rispetto che si hanno per se stessi.
Sì, perché solo chi è buono con se stesso (che non significa "permissivo") riesce ad esserlo con gli altri. Se mi tratto con poco rispetto dimenticandomi della mia dignità, come farò a difendere quella altrui? Se non mi do ciò di cui anch'io ho necessità (riposo, cure..), se mi trascuro, come potrò avere le energie fisiche ed interiori per mantenermi generoso nel cuore?
Quanti si sono "bruciati" volendo solo dare! Al contrario la persona buona dà perché sa ricevere.
Un' ultima annotazione: nel nostro tempo la bontà non va di moda perché chi è buono è visto come un perdente. Inoltre politici, opinionisti, giornalisti, continuano a ricordarci che non dobbiamo essere "buonisti" cioè prendere tutto per buono, senza discernimento. Vero, ma con la scusa di non essere buonisti stiamo dimenticando proprio la bontà. Ci rifugiamo nelle strette stanze del nostro piccolo-grande egoismo e lentamente perdiamo la gioia. Allora riflettiamo su un'ultima esortazione del libro dei Proverbi: "Il pregio dell'uomo è la sua bontà. Meglio un povero che un bugiardo" (Pr 19, 22).

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