Il segreto del bicchiere mezzo pieno
Le conseguenze di una malattia degenerativa non hanno impedito ad Arturo Bortoluzzi di mantenere vivo l'interesse per tante attività culturali e sociali.
Ho deciso di incontrare Arturo Bortoluzzi, che conosco da tempo, per presentarlo ai lettori di Lisdha come un aiuto per altre persone che hanno problemi e si "lasciano andare" anziché reagire come fa lui, impegnato in tante attività di grande spessore culturale e sociale.
Ultimamente collabora con grande assiduità al settimanale RMFonline, che dirigo, e ho potuto così approfondire la conoscenza con una persona di incredibili risorse.
- Da quando ti conosco ho ammirato la tua capacità di essere sempre presente e attivo nonostante le evidenti difficoltà che avevi nel camminare.
«Ti premetto di essere imbarazzato nel rispondere alle domande che mi poni. Non tanto per gli argomenti che devo trattare, ma perchè mi hai voluto presentare con troppa buona generosità come una figura quasi eroica che può insegnare agli altri come affrontare gli accadimenti della vita. Sono esclusivamente, invece, una persona finora molto fortunata che deve solo imparare da chi veramente soffre».
- Fortunata in che senso?
«Fortunata, di esser stato uno sportivo bravo ma mai eccellente e che quindi poteva non esserlo più senza grande difficoltà; fortunata, di avere incontrato un neurologo, Renato Boeri, acuto e formativo; fortunata, di avere una malattia, la sclerosi multipla, che procede molto lentamente permettendo di abituarti al mutare delle condizioni di vita; fortunata, di avere attitudini positive che mi hanno permesso di rinunciare all'attività senza sforzarmi troppo; fortunata, di aver fatto tante conoscenze formative; fortunata, di aver avuto bravi genitori che non mi hanno fatto mancare ciò che avevo bisogno, meravigliosi e umani suoceri e moglie ed anche animali che hanno creduto in me; fortunata, di avere una badante affettuosa che mi vuole dedicare parte del suo tempo; fortunata, di aver potuto finora scegliere con comodità cosa fare e di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno; fortunata, di aver potuto fondare un'associazione ambientalista locale di un'organizzazione planetaria (Friends of the earth), aperta e costruttiva, trovando capaci collaboratori; forse fortunata di dover ancora arrivare ad un capolinea che non credo sia né troppo facile né troppo difficile da raggiungere e per il cui fine del tempo utile ti sembra ci sia sempre».
- Vuoi parlare brevemente del tuo problema e di come ti ha o non ti ha condizionato?
«Chi ha studiato la malattia di cui soffro, scrive che, forse per una fragilità dovuta a una deficitaria attivazione dei sistemi di difesa, solo il dolore, la perfidia che non attendi, la sofferenza, specie se improvvise e gratuite, arrecano le conseguenze peggiori: queste per me non sono, probabilmente, ancora arrivate».
- Non ti ho mai chiesto quale malattia avessi, ma ho capito che è progressiva quando anni dopo ti ho visto in carrozzina.
«Ahimè siedo su di una carrozzina, non tanto per colpa diretta della malattia, ma perché poco prima di averti come direttore di RMFonline (grazie al quale cerco di combattere le mie battaglie con uno strumento nuovo ed accattivante attraverso il quale poter far confrontare su di uno stesso tema le parti interessate ad affrontarlo) ho fatto una operazione, teoricamente semplice, per mettere nella pancia una pompa per la somministrazione intratecale del Baclofene (che mi avrebbe dovuto arrecare dei cospicui miglioramenti). Pompa, che ha avuto, sia per metterla che per mantenerla, un iter inaspettatamente tormentato (coma farmacologico durato tre giorni, tre operazioni...), che ha avuto un esito assai negativo quanto a camminare e che mi è stata tolta per i continui insuccessi. Parlo però, per aver avuto la pompa, molto più fluentemente di quanto abbia mai fatto».
- Hai una moglie bella e culturalmente impegnata in ambito provinciale, Anna Bernardini: ce ne vuoi parlare?
«Oltre ad essere innamorato di mia moglie, sono anche invaghito del lavoro che fa con indubbia capacità e senza risparmio, prima ai Musei civici ora a Villa Panza, e di come sappia insegnarmi, sia a far bene che ad osare. Quando ero più giovane, da assessore alla Cultura, stavo a sentire con imperdonabile sufficienza Pietro Macchione che mi diceva di attendere alla cultura cittadina, progettando in grande e senza guardare ai soldi che avevo a mia disposizione in bilancio. Sbagliavo a comportarmi così. Ora lo capisco. Me lo ha, infatti, insegnato mia moglie realizzando, senza avere soldi in partenza, quella affascinante e corposa mostra di studio al Castello di Masnago che è stata "Ritratto in Lombardia da Moroni a Ceruti"».
- Sei impegnato in tante attività: presidente di Amici della terra e di Varese europea e non so di cos'altro ancora: mentre il primo incarico è di lunga data, il secondo è più recente. Di cosa vi occupate?
«Di Varese europea che gestisce il Piano Strategico d'area e che devo al Professor Gioacchino Garofoli, sono direttore. Presidente è il Sindaco del Comune di Varese. Porta un nuovo modo di proporre la pianificazione vista non più intra ma extra moenia. Una proposta di coordinamento territoriale volontaria che si basa su di un principio intuitivo che banalizzando potremmo esemplificare in "l'unione fa la forza traendo dal basso il proprio modus agendi"».
- So che sei stato all'estero a fare delle cure: hai avuto esiti positivi?
«Sono stato all'estero in Israele per prendere una medicina, allora sperimentale, denominata Copaxone, la cui assunzione mi era stata caldeggiata da amici dei miei genitori che a loro volta lo avevano saputo da un artista israeliano Dany Karavan. Il Copaxone doveva essere conservato in congelatore e poteva essere trasportato solo sotto ghiaccio secco. In inglese medicina si scrive drug e i neurologi israeliani all'Haddassa mi avevano consegnato il Copaxone in contenitori di polistirolo sui quali vi era una ricetta medica che spiegava come gli stessi contenessero una drug che doveva essere conservata al freddo. Arrivato dopo un volo da Gerusalemme a Zurigo alla dogana del Gaggiolo, avendomi chiesto il giovane militare di guardia che tipo di mercanzia stessi importando in Italia e avendo letto che si trattava di una drug, preoccupato, mi spedì in comando per accertamenti».
- Come è finita la vicenda?
«Sono rimasto lì per due ore e solo perché il Comandante della polizia di frontiera aveva sentito parlare bene di mio padre da sua moglie impiegata alla Conservatoria dei registri immobiliari di Varese, sono stato alla fine, per fiducia, fatto proseguire verso Varese. Il Copaxone l'ho assunto con beneficio per quattro anni tanto che mi venne regalato di poter raggiungere a piedi con moglie e mio nipote Pietro, ma fuori tempo massimo (la passeggiata è durata otto ore al posto di quattro), l'ultimo rifugio aostano della mia poco ardimentosa carriera estiva di camminatore: il Bezzi in Valgrisanche».
Grazie, Arturo, per la tua preziosa testimonianza. Continua così.
Alma Pizzi
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