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Ne è convinto Sergio Sperotto che ha scelto di inserire delle persone in carrozzina nella sua falegnameria, creando un tipo di finestra del tutto nuova. "Quando una persona disabile è messa nelle condizioni di lavorare, spesso lavora meglio degli altri perché è più motivata. Vorrei che più imprenditori se ne rendessero conto".
«"Se questa è l'unica possibilità per lavorare, datemi una rivoltella, così sistemiamo la questione". E' stata la reazione forte e inattesa che Laura Belloni (la nostra editorialista ndr) aveva avuto al momento in cui le avevo sottoposto l' idea di inserire disabili nella mia azienda attraverso il telelavoro."
Così esordisce Sergio Sperotto, imprenditore varesino, titolare della falegnameria Seret Dimedior di Somma Lombardo. "In effetti - spiega - mi sono reso conto che, se per molti di noi "abili", la possibilità di lavorare a casa può apparire un'opportunità molto interessante, per chi vive la sua giornata su una carrozzina, confinato tra quattro mura, questa idea può apparire tutt'altro che esaltante».
L'incontro con Laura Belloni è stato per Sergio Sperotto e per sua moglie Elena, un momento determinante per capire qualcosa in più del mondo dell'handicap e per condurli lentamente verso una scelta del tutto originale: quella di inserire nella propria ditta "per scelta" e non "per obbligo di legge" delle persone gravemente disabili, in un'attività, la falegnameria che, per le sue caratteristiche, poco sembrava prestarsi ad essere svolta da persone con problemi fisici.
- Signor Sperotto, innanzittutto, nella vostra azienda di che cosa vi occupate?
«Con la mia famiglia operiamo nel settore falegnameria da venticinque anni e siamo specializzati nella produzione di finestre, ma produciamo anche articoli diversi: in particolare componenti per strumenti musicali, articoli per la casa e giochi».
- L'inserimento delle persone disabili viene vissuto spesso dalle aziende come un peso a cui ci si sottomette solo quando si è obbligati a farlo (e talvolta neanche in quel caso?): com'è che un'azienda artigianale come la sua, che non ha obblighi di legge, ha deciso di fare una scelta così controcorrente?
«Quella risposta di Laura Belloni, che avevo conosciuto facendo le finestre di casa sua, mi fece riflettere, anche perché sia io che mia moglie avevamo una certa sensibilità sulle tematiche sociali, maturata anche attraverso l'esperienza come educatori che avevamo fatto in parrocchia. La volontà di inserire soggetti disabili c'era, tuttavia avevo ben chiaro anche le difficoltà, dovute soprattutto ad una lavorazione come la nostra che normalmente richiede un notevole sforzo fisico.
Un fatto successivo mi aiutò a capire la strada da percorrere. Siccome non sono figlio d'arte, mi piace partecipare a convegni e seminari del mio settore. In uno di questi sentii un ingegnere tedesco che spiegava che la finestra può essere vista come un insieme di tre parte distinte: la parte esterna che protegge dalle intemperie, la parte che noi vediamo, che è un complemento di arredo e quella interna che porta i sistemi.
Ascoltandolo mi venne l'idea di progettare un nuovo tipo di finestra che rispondesse pienamente a questo concetto e che, per le sue caratteristiche, richiedesse un minor sforzo fisico per essere lavorata: così è nata "Giano", una finestra del tutto innovativa che può anche meglio valorizzare l'esigenza di rendere questo elemento un vero componente di arredo all'interno dell'abitazione. Inoltre ha il vantaggio che se una delle tre parti che la compone si rompe o si deteriora, si può sostituire il singolo pezzo.
Un terzo fatto mi incoraggiò a intraprendere questa strada: ossia gli avvenimenti dell'11 settembre: ho sentito più forte il bisogno di fare qualcosa che serva per la vita, perché non si può accettare la logica della distruzione e della morte e parlandone a tavola con mia moglie e i miei figli è venuto fuori che è necessario usare le proprie rotelle e come diciamo noi in famiglia: "dalle rotelle della testa, passare a quelle sotto il sedere non è stato difficile"».
- Ha potuto usufruire del sostegno di enti e istituzioni nel suo progetto?
«Per un po' di tempo mi sono illuso che le istituzioni potessero aiutarci, ma non è stato così, anche a causa del fatto che ho scelto non di creare una cooperativa, ma un'azienda che possa fare utile. L'unica cosa che abbiamo ricevuto è il contributo pubblico di 10.000 euro previsto dalla legge».
- Che adattamenti sono stati richiesti ai vostri sistemi di produzione per inserire persone in carrozzina?
«Innanzitutto, come già accennato, la nostra finestra è stata pensata e sviluppata in un modo diverso, in quanto la lavoriamo ad elementi scomposti e questo ha il vantaggio che la lavorazione diventa più leggera.
Ho poi sviluppato un brevetto per rendere facile a chi ha poca forza realizzare una finestra: è concepito come un cellulare che ha all'interno una parte tecnologica.
Nell'ambiente di lavoro sono stati necessari alcuni adattamenti (realizzati anche grazie alla collaborazione della ditta Biesse spa che ha prodotto le due macchine principali all'interno della falegnameria) ma nell'insieme non si è trattato di grandi cose: le macchine non sono cambiate, in un caso è stato sufficiente spostare un comando. Certo serve avere degli spazi più ampi per muoversi agevolmente in sedia a rotelle».
- Quindi, in un certo senso, la sua esperienza mostra che non è così difficile inserire in un'azienda persone con handicap: come mai gli imprenditori sono invece così restii?
«Credo che innanzitutto vi sia un motivo culturale, perché l'inserimento di un disabile è considerato un problema. Eppure ci sono dei vantaggi perché spesso una persona in queste condizioni risulta molto motivata a lavorare, e una persona che è più motivata lavora meglio.
La cosa importante è comprendere bene l'importanza e la dignità del lavoro come elemento che l'uomo ha per percepire la felicità. Se non siamo consapevoli che il lavoro ci permette di collaborare alla creazione, le cose vanno male. Bisogna credere che non c'è nessuno, quale che sia la sua condizione fisica, che si può percepire inutile. E percepirsi utili vuol dire avere la possibilità concreta di svolgere un lavoro.
Il nostro è un tentativo di offrire questa opportunità e insieme di stare sul mercato con un prodotto di valore».
- Attualmente quanti disabili avete inserito?
«Per ora, nella nostra azienda, abbiamo inserito quattro abili e due disabili, entrambi su carrozzina: Fabrizio Cozzi e Massimo Argenton (il primo paraplegico a causa di un trauma, il secondo affetto da spina bifida), ma il nostro progetto è di arrivare ad inserire cinque abili e quattordici/sedici disabili distribuiti su due turni. Però abbiamo bisogno di avere delle certezze sul futuro perché ovviamente anche noi stiamo risentendo della crisi economica».
- Immagino che non mancheranno le richieste di disabili interessati a lavorare presso la vostra azienda?
«A dire la verità abbiamo visto che non è poi così facile trovare i disabili interessati, in quanto, ad esempio, un traumatizzato che si trova magari da tempo espulso dal mercato del lavoro, può entrare in uno stato di depressione e spostare l'attenzione dal bisogno alla pietà. Ci piacerebbe poi avere contatti con ospedali specializzati nella riabilitazione.
Mi auguro che questo articolo possa servire a far avvicinare persone disabili e anche a farci incontrare delle aziende che abbiano questa sensibilità perché finora ne abbiamo incontrate poche. Notiamo che normalmente l'attenzione è più rivolta all'inserimento di persone con disabilità mentale o psichica, di tossicodipendenti, di ex carcerati, eppure sappiamo che la situazione della persona che, magari a causa di un trauma, si ritrova su una carrozzina e vive la sofferenza di vedersi espulsa dal mondo del lavoro, è davvero molto difficile».
Marcella Codini
SERET Dimetior srl
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21019 Somma Lombardo (VA)
tel. 0331 251763
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