SPERARE
Qual è la fatica, forse più grande, che il cuore umano deve affrontare? Io credo sia quella di "sperare", o meglio "continuare a sperare". Quando guardo il telegiornale o parlo con qualcuno, mi domando come possano certi popoli o certe persone, la cui situazione sembra senza via di uscita, trovare forza e motivazioni per guardare avanti e non lasciarsi morire. Quando ogni desiderio viene tarpato e quello che hai provato a costruire ti si sbriciola tra le mani, la disillusione ti afferra i pensieri e la stanchezza ti toglie la volontà.
Sperare è difficile. Non è pensare che domani andrà meglio. Non è utopia, né ingenuità. La speranza ha un volto diverso, più intenso. È credere che tutto non si ferma qui, che quello che vivo ha un senso e un valore. È credere che il dolore non è solo un incidente di percorso. A questo proposito chi ha fede possiede una carta in più, che non è pia illusione o fuga dalla realtà. Sa di avere un Compagno di viaggio che non lo aiuta tanto ad evitare le buche o a scansare le disgrazie con slalom di alta precisione, ma che lo tiene in piedi e, se cade, lo aiuta a rialzarsi. Sa che la sua vita non è una freccia lanciata nel vuoto, ma ha un centro da colpire.
E Dio va oltre le tante deviazioni che possiamo aver dato a questa freccia e fa di tutto perché arrivi al bersaglio. Chi ha fede sa che il Signore può scrivere dritto sulle sue righe storte. La difficoltà poi sta nel passare dal saperlo con l'intelletto al sentire questa certezza nel cuore. L'unica via per farlo è coltivare una rapporto personale, forte, di amicizia, di fiducia con Dio, non relegarlo alla domenica e "chiamarlo" ogni tanto, più che altro come tappa buchi. Un rapporto vero che ha, ad esempio, portato Madeleine Delbrel a scrivere: «Sperare è attendere con illimitata fiducia qualcosa che non si conosce ma da parte di Colui del quale si conosce l'amore». Si tratta di credere a volte senza capire, di attraversare le tante paure a denti stretti, con lo sguardo fisso su una certezza: Lui mi ama, anche se il suo amore non si presenta spesso come vorrei: non consiste nel darmi tutto quello che desidero e non mi toglie la sofferenza. Cristo per primo non è scappato dal Calvario. Basta così? No. Noi riponiamo la nostra speranza in Dio ma anche Dio ripone delle speranze in noi: divenire a nostra volta portatori di speranza. E questo avviene in un modo molto semplice.
Non si tratta di fare tanto, di costruire certezze. Si tratta invece del modo con cui ci avviciniamo al nostro prossimo, con cui ci rivolgiamo a lui. A dare speranza non sono le belle parole o i fini ragionamenti, ma la tenerezza con cui stiamo vicini a qualcuno, l'attenzione di cui lo circondiamo, la gentilezza con cui aiutiamo un anziano al supermercato.
Oggi abbiamo più che mai bisogno di chi ci abbracci con il cuore, di persone che vivano una paternità e maternità spirituale, che con il loro sguardo dicano: «Tu sei importante per me». Solo chi si sa e si sente amato riesce a sperare. Sembrano sdolcinature ma questa è la via dell'amore. Non posso chiedere a qualcuno di sperare se io non spero con lui, non mi impegno con lui, non prego con e per lui, non rispetto e non proteggo la sua dignità.
A questo proposito vi presento una storiella (di B. Ferrero) che ho sentito raccontare dal vescovo di Locri, mons. Bregantini, il quale ha sperimentato, nella sua terra "ferita" dalla malavita, quanto la speranza non nasca alla fine delle prove, bensì dentro esse: «Una vecchietta si metteva ogni giorno lungo la strada per chiedere l'elemosina. Lo faceva con grande dignità. Se solo avesse potuto l'avrebbe evitato ma aveva bisogno di quel denaro per sopravvivere. Passava spesso una signora che osservava stupita proprio la dignità di quella donna e un giorno decise di non darle le solite monetine. Andò a comprarle una rosa, bellissima e profumata e in silenzio gliela mise tra le mani. L'anziana sorrise, se ne'andò e per alcuni giorni nessuno la vide più. Era a casa, a nutrirsi della bellezza e del profumo di quella rosa".
Un gesto semplice aveva riempito un cuore, un gesto che forse non rispondeva alla logica dell'efficienza (una rosa non sfama) ma sicuramente dell'efficacia. Un gesto di speranza.
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